La 79ª edizione del Festival di Cannes punta sul cinema d’autore, riduce il peso di Hollywood e, almeno per ora, lascia fuori l’Italia dalla selezione principale

Cannes sceglie il rischio artistico e lascia alla porta il richiamo più facile del mercato. La line-up ufficiale della 79ª edizione del Festival di Cannes, in programma dal 12 al 23 maggio 2026, racconta infatti una scelta netta: meno studios americani, più autori riconoscibili, più cinema di firma. A guidare la giuria sarà Park Chan-wook, mentre la selezione principale mette in fila alcuni dei nomi più forti del cinema internazionale contemporaneo, da Pedro Almodóvar a Asghar Farhadi, da Hirokazu Kore-eda a Cristian Mungiu, da Paweł Pawlikowski a Ryûsuke Hamaguchi.

Un Cannes che torna al cuore dell’autorialità

Il primo dato che colpisce è politico, culturale e industriale insieme: Cannes 2026 si presenta come un’edizione fortemente autoriale, con una presenza hollywoodiana assai più contenuta rispetto ad altri anni. Non si tratta, però, di un’edizione povera di nomi o di volti noti. Al contrario, la forza del cartellone sta proprio nel modo in cui unisce star internazionali e registi di culto, senza sacrificare la coerenza artistica.

Nella selezione figurano interpreti come Rami MalekSandra HüllerIsabelle Huppert e Javier Bardem, a conferma di un festival che continua a tenere insieme prestigio cinefilo e richiamo mediatico.

I film in concorso per la Palma d’Oro

I titoli annunciati in concorso sono 21 e comprendono alcune delle opere più attese della stagione festivaliera. Tra i film più osservati ci sono Fatherland di Paweł PawlikowskiParallel Tales di Asghar FarhadiAmarga Navidad di Pedro AlmodóvarSheep in the Box di Hirokazu Kore-edaFjord di Cristian MungiuMoulin di László NemesAll of a Sudden di Ryûsuke Hamaguchi e Minotaur di Andrey Zvyagintsev.

Nel dettaglio, i film annunciati in gara sono: Minotaur di Andrey Zvyagintsev, El Ser Querido di Rodrigo Sorogoyen, The Man I Love di Ira Sachs, Fatherland di Paweł Pawlikowski, Moulin di László Nemes, Histoire de la nuit (The Birthday Party) di Léa Mysius, Fjord di Cristian Mungiu, Notre Salut di Emmanuel Marre, Gentle Monster di Marie Kreutzer, Nagi Notes di Koji Fukada, Hope di Na Hong-jin, Sheep in the Box di Hirokazu Kore-eda, Garance di Jeanne Herry, The Unknown di Arthur Harari, All of a Sudden di Ryûsuke Hamaguchi, The Dreamed Adventure di Valeska Grisebach, Coward di Lukas Dhont, La bola negra di Javier Ambrossi e Javier Calvo, A Woman’s Life di Charline Bourgeois-Taquet, Parallel Tales di Asghar Farhadi e Amarga Navidad di Pedro Almodóvar.

È una lista che, già sulla carta, sembra costruita per restituire l’immagine di un festival meno interessato al rumore del sistema e più vicino a un’idea di cinema come scrittura personale, identità stilistica, visione del mondo.

L’assenza dell’Italia è il vero dato politico

Per il pubblico e per gli addetti ai lavori italiani, il fatto più evidente è però un altro: al momento non ci sono film italiani in concorso, e più in generale la presenza italiana risulta estremamente ridotta nelle selezioni già annunciate.

È un segnale che pesa. Non solo per una questione di bandiera, ma perché Cannes rimane ancora oggi uno dei luoghi in cui si misura la temperatura culturale del cinema mondiale. Restarne fuori, anche temporaneamente, significa dover interrogarsi sulla capacità del nostro sistema produttivo di esprimere opere in grado di imporsi nei circuiti internazionali più selettivi.

Naturalmente il programma non è ancora definitivo, e nelle prossime settimane potranno aggiungersi altri titoli o emergere presenze italiane nelle sezioni collaterali. Ma il vuoto, oggi, resta.

Fuori concorso e Un Certain Regard

Fuori concorso il film d’apertura sarà La Vénus électrique di Pierre Salvadori, mentre tra gli altri titoli annunciati figurano Her Private Hell di Nicolas Winding Refn e Diamond di Andy Garcia.

Molto interessante anche Un Certain Regard, sezione che continua a funzionare come radar delle nuove sensibilità del cinema mondiale. In questo spazio trovano posto opere come Teenage Sex and Death at Camp Miasma di Jane SchoenbrunClub Kid di Jordan FirstmanEverytime di Sandra Wollner e altri titoli provenienti da cinematografie meno esposte ma spesso decisamente vitali.

Tra glamour ridotto e prestigio simbolico

Sul fronte dell’immagine pubblica, Cannes 2026 sembra scegliere una strada diversa dal semplice effetto red carpet. Il glamour non sparisce, ma appare più funzionale al racconto del cinema che non al rumore del sistema celebrity.

In compenso, il Festival rilancia il proprio prestigio simbolico con due Palme d’Oro onorarie, assegnate a Peter Jackson e Barbra Streisand. La sensazione è che questa 79ª edizione voglia riaffermare il ruolo di Cannes come luogo di orientamento culturale, non soltanto come gigantesca vetrina promozionale.

Cosa ci dice davvero la selezione 2026

La selezione ufficiale del 2026 sembra dire una cosa molto chiara: Cannes vuole tornare a essere il termometro dell’autorialità internazionale. Non è un rifiuto totale di Hollywood, ma una presa di distanza da un modello fondato soprattutto sulla riconoscibilità del brand e sul peso della macchina industriale.

Per questo l’assenza italiana brucia ancora di più. Perché arriva in un’edizione in cui Cannes sembra chiedere ai cineasti un surplus di visione, di necessità, di rischio. E proprio su quel terreno, storicamente, il cinema italiano ha costruito alcune delle sue stagioni più luminose. Oggi, invece, almeno nella fotografia provvisoria di aprile, restiamo ai margini del quadro principale.