Tra nostalgia della commedia all’italiana e comicità da piattaforma, la serie Prime Video cerca un equilibrio che non sempre trova
C’è un momento preciso, guardando Gigolò per caso, in cui diventa chiaro che l’operazione non nasce per sorprendere ma per rassicurare. La serie comedy di Prime Video, arrivata alla seconda stagione, mette in fila volti amatissimi del cinema e della televisione italiana e prova a trasformare la nostalgia della commedia di un tempo in un prodotto seriale contemporaneo. Il risultato è un racconto che guarda costantemente all’indietro, ma lo fa con strumenti che appartengono in modo evidente alla logica algoritmica dello streaming.
Una commedia che nasce dal passato
Il cuore narrativo di Gigolò per caso ruota attorno a una coppia padre-figlio molto particolare: due gigolò per professione, interpretati da Christian De Sica e Pietro Sermonti. Il primo incarna la “vecchia scuola”, quella dell’edonismo sfacciato e della battuta ammiccante, il secondo è una versione più dimessa, quasi rassegnata, dell’uomo contemporaneo. È un dualismo che funziona sulla carta e che richiama esplicitamente i meccanismi della commedia all’italiana, soprattutto quella più popolare e televisiva degli anni Ottanta e Novanta.
Il problema è che il passato evocato resta sempre un riferimento, mai una vera materia viva. Le gag sembrano spesso costruite per rientrare in un formato prestabilito, come se la comicità non potesse mai davvero deragliare o prendersi il rischio di essere scomoda.
La seconda stagione e l’ingresso di Sabrina Ferilli
Il vero elemento di novità della seconda stagione è l’arrivo di Sabrina Ferilli, che interpreta una sorta di guru femminista mediatica, capace di catalizzare un seguito di donne frustrate e facilmente suggestionabili. È un personaggio che promette scintille, soprattutto nel modo in cui entra in collisione con il mondo maschile e fragile dei protagonisti.
Eppure anche qui la serie sembra frenare proprio quando potrebbe osare di più. Le situazioni si sviluppano in modo prevedibile, con una comicità che procede “piano”, senza mai affondare davvero il colpo. Alcuni momenti laterali – come l’apparizione di Valerio Lundini in un ruolo volutamente assurdo – lasciano intravedere cosa Gigolò per caso potrebbe essere se decidesse di spingere oltre il proprio registro.
Attori, personaggi e maschere contemporanee
Il cast è senza dubbio uno dei punti di forza: Frank Matano interpreta un prete attraversato da dubbi esistenziali, Gianmarco Tognazzi veste i panni di un difensore arcigno della famiglia tradizionale, mentre Ambra Angiolini completa un panorama di volti noti e riconoscibili.
Tutti funzionano, ma nessuno sembra davvero messo nelle condizioni di uscire dalla comfort zone. È come se la serie confidasse più nel capitale di simpatia degli attori che nella forza della scrittura, affidando a loro il compito di rendere digeribile una comicità spesso addomesticata.
Comicità da algoritmo e confronto con altre serie
Il vero nodo critico di Gigolò per caso sta nella sensazione di standardizzazione. La serie sembra rispondere a un modello preciso di “comicità da piattaforma”, dove ogni elemento è calibrato per non disturbare, per non dividere troppo il pubblico, per restare sempre entro un perimetro sicuro.
Il confronto con prodotti come Machos Alfa – che affrontano temi simili con maggiore cattiveria e consapevolezza del presente – diventa inevitabile e, per certi versi, impietoso. Qui la modernità è evocata più che interrogata, e la satira resta spesso in superficie.
Cosa voleva essere Gigolò per caso e cosa resta allo spettatore
L’ambizione sembra chiara: trasportare lo spirito della vecchia commedia italiana nel linguaggio della serialità streaming, rendendo Prime Video una sorta di nuova casa definitiva per quel tipo di intrattenimento. In parte l’operazione riesce, soprattutto per un pubblico che cerca leggerezza e riconoscibilità.
Per chi invece ha una memoria più lunga e un rapporto più esigente con la comicità, resta la sensazione di un’occasione solo parzialmente sfruttata. Gigolò per caso diverte a tratti, ma difficilmente lascia il segno. È una serie che si accontenta, e proprio per questo racconta molto del tempo in cui è nata: un’epoca in cui anche la nostalgia viene filtrata, dosata e resa innocua.

