La sceneggiatura
L. L. Ti piacerebbe scrivere sceneggiatura? Senza partire da un romanzo.
D. M. Qui entra in ballo il dato biografico. Dai 17 anni ho iniziato a leggere poesia e a tentare di scriverla, a tentare il gesto poetico, la scrittura poetica. Parallelamente a questa passione, che va avanti da oltre trent’anni, per mia fortuna, ho nel 2001, quindi a 27 anni, iniziato una collaborazione con la Rai di oltre vent’anni, finita ad aprile 2022, che mi ha portato a conoscere per professione, via via in maniera più approfondita e più consapevole, il linguaggio audiovisivo. In quegli anni, a parte il corso autori e sceneggiatori Rai, ho fatto tanta pratica: ho avuto la possibilità di leggere penso un milione di pagine di sceneggiatura, quindi ho avuto la possibilità di provare questa scrittura.
La sceneggiatura è una scrittura diversa, a tutti gli effetti, rispetto all’opera letteraria. È una scrittura che presuppone il gesto di chi viene dopo. Ha le sue caratteristiche, ha i suoi aspetti assolutamente positivi, ovviamente per chi nasce autore letterario la carta, quindi la pubblicazione del testo, resta il gesto per antonomasia. Hai un oggetto letterario cartaceo, fisico, e io continuo a preferire quello, sapendo, però, tutti i meccanismi, che regolano l’altra forma di scrittura che è quella cinematografica o seriale, visto che oggi il prodotto audiovisivo propone una serie di formati molto ampi rispetto anche solo a 30-40 anni fa.
“La casa degli sguardi”
L. L. Vorrei passare ai prodotti audiovisivi realizzati sui tuoi libri. “La casa degli sguardi” è un libro bellissimo, l’ho trovato molto toccante. Ho visto anche il film. Volevo chiederti cosa ne pensassi: credi che il film abbia restituito quest’emozione?
D. M. Questo è un argomento che va affrontato dall’autore, dall’adulto e dall’artista, ma anche dal professionista. Nel senso che nel momento in cui tu cedi i diritti di un libro lasci la tua opera a qualcun altro, perché non sei tu il regista, non sei tu che vuoi fare un’opera dall’opera. Quindi devi essere consapevole che in questo passaggio può accadere di veder totalmente o parzialmente riconcepita la tua opera letteraria. Io ho vissuto due dinamiche, da una parte trovi il regista che rispetta l’opera nella sua interezza, penso a “Tutto chiede salvezza”, al contrario “La casa degli sguardi” prende determinati temi, vicende, tralasciando altri dettagli del romanzo.
Perché dico interviene l’adulto, il professionista e l’artista? Perché a tutti gli effetti questa consapevolezza nasce dai vent’anni in cui ho fatto l’editor in Rai: ho adattato tantissimi romanzi per Rai 1, partecipavo al lavoro di adattamento da un romanzo a un prodotto seriale. Quando tu sei consapevole di questa cosa, sai che chi prende la tua opera ha in qualche maniera un diritto-dovere di farne quello che sente più opportuno.
Questo non deve scandalizzare e può portare, come nel caso de “La casa degli sguardi”, a delle scelte che riguardano il ruolo dello scrittore rispetto all’adattamento. Uno scrittore, se dialoga con il regista e con gli sceneggiatori e capisce che la loro posizione, la loro intenzione, è di prendere alcune cose e tralasciarne altre, può decidere di non partecipare alla sceneggiatura. Questo sempre in un’ottica di consapevolezza nel senso che non c’è nessuno scandalo. Se vogliamo il tradimento fa parte anche dell’adattamento. Se pensiamo alle traduzioni, alla grande disciplina della traduzione letteraria…
L. L. Tradurre è tradire.
D. M. Esatto, sta nella radice stessa, non c’è nessuna sorpresa.
C’è consapevolezza, appunto, che lo scrittore rimane a tutti gli effetti il padre dell’opera letteraria e il regista, che sia teatrale, cinematografico, di una serie…, è quello che firma l’adattamento. C’è sempre una distanza e credo sia consapevole e serio poi non lamentarsi dell’adattamento, nel senso che io trovo un po’ buffi quelli che gridano allo scandalo quando vedono il proprio libro adattato male; ma non esiste un adattamento sbagliato, è perché non lo stai adattando tu stesso.
È ovvio che nel momento in cui interviene un altro artista farà quello che ritiene più opportuno, però di fondo c’è il vincolo che nessuno viene obbligato a sottoscrivere la cessione dei diritti. Se tu non vuoi correre il rischio che i tuoi libri siano adattati, dal tuo punto di vista, in maniera poco fedele puoi scegliere di non cedere i diritti.

