Combinazione
L. L. Credo che il successo dei tuoi libri e i conseguenti progetti cinematografici siano dovuti all’unione vincente di due elementi quasi contrapposti: la semplicità, quindi la veridicità, del linguaggio associata ai temi sociali, a volte anche complessi, difficili, se vogliamo alti. Penso che potrebbe essere la combinazione su cui la letteratura italiana, ma anche mondiale, dovrebbe continuare, ma penso anche che sia una combinazione che potrebbe risollevare anche la poesia, portando avanti l’idea di Luzi sulla parola. Sei d’accordo? O ti prospetti un futuro letterario differente?
D. M. Tu hai sintetizzato quello che io intendo per letteratura, quello che io intendo in maniera più estesa per arte. Cioè qualcosa che si costruisce innanzitutto su una volontà di relazione, che diventa anche forma linguistica. E rispetto al tema dell’onestà linguistica, della semplicità come punto d’arrivo, io cito spesso Borges, che diceva: “Si scrive dopo aver sciolto la complessità”.
Faccio sempre questo esempio, è una visione estrema ma per far capire: un uomo in punto di morte che aspira soltanto a una cosa, alla chiarezza, cioè aspira a dire una cosa con il minor numero di parole possibili, che sia lapidaria, per quanto possibile. Per me la letteratura è questo.
Direzione
L. L. Sono contento che tu sia d’accordo, perché sto lavorando tanto su questo, in tutto quello che sto facendo a livello di poesia, sia di articoli che di versi miei. E volevo, appunto, parlarti della poesia nel cinema. L’unico film che mi viene è “L’attimo fuggente”. È, ovviamente, molto più difficile girare qualcosa di inerente alla poesia rispetto che alla prosa. Hai qualche idea in merito?
D. M. Per me la poesia in ambito visivo è altro e significa altro, nel senso che un film che racconta di poesia, penso a tante biografie uscite, soprattutto a quelle dei maledetti francesi, sono quasi sempre state fallimentari, opere che poi non hanno restituito. Perché? Perché guardano la biografia del poeta e non la poesia.
“L’attimo fuggente” mi fa venire in mente tutta la sua contraddittorietà, perché ricordo ancora delle grandi discussioni su rivista negli anni ’90, quando in molti dicevano che quel gesto di strappare le pagine di poetica e di addestramento al verso era a tutti gli effetti un errore e anche per me, a riguardarlo oggi. Faccio un esempio concreto: non puoi pensare di leggere Dante senza l’ausilio delle note, le note fanno parte del testo.
Poi, che il gesto poetico sia istintivo, sia un salto, e quindi che debba prescindere da un certo tipo di volontà, è un altro discorso, ma “L’attimo fuggente”, secondo me, crea un equivoco rispetto alla poesia stessa, che comunque è contemporaneamente il massimo gesto di libertà rispetto alla lingua, ma anche il massimo gesto di controllo. Se tu pensi all’endecasillabo, l’endecasillabo è una gabbia, poi dentro quella gabbia può accadere di tutto.
Se penso alla poesia riferita al mondo cinematografico, io ti porto registi che non parlano di poesia, ma tentano di fare poesia attraverso il loro linguaggio, che non è quello scritto, letterario, ma è quello visivo. Terrence Malick è un grandissimo regista da questo punto di vista. Potrei farti tanti nomi, però è un rapporto particolare, citare Tarkovskij è un po’ troppo semplice.
Secondo me, ecco, la caratteristica del cinema è quella di produrre poesia attraverso un linguaggio che prevede l’immagine. Il grande rischio è quello dell’estetismo, che in poesia esiste tanto di più. Torno a quello che dicevamo prima, per citare Saba: “Non ci rimane che la poesia onesta”. E il rischio del poeta, come del cineasta, è quello di essere estetizzante, di cercare qualcosa che vuole solo colpire senza trasmettere niente di umanamente valido.
Io credo che la poesia si traduca in immagine, si traduca in quella capacità attrattiva che ha l’immagine, che non ha la parola scritta e viceversa. Cioè, la parola arriva laddove non arriva l’immagine, l’immagine può arrivare laddove non arriva la parola. Però io riconosco alla parola, nella sua povertà assoluta, un primato ineguagliabile: la parola confina o sconfina, e non a caso, nel sacro.
Ho in mente film che mi hanno portato a momenti di enorme partecipazione umana ed emotiva, ma è una partecipazione che sento complementare, non fondamentale come la poesia.

