L’Artico

L.L. Vorrei partire dal tuo progetto “Artic Visions”. Un anno fa sono stato alle Lofoten e conosco la bellezza dell’Artico. Una frase mi ha colpito: “Come è possibile contare gli uccelli?”. Credi che sia il punto centrale nella tua narrazione di questo luogo?

I.E. L’Artico è composto da tanti luoghi che hanno tutti un denominatore comune, secondo me. La prima volta che ci vai ti dà l’idea di un contesto immenso, dove c’è una natura veramente predominante che ti balza proprio agli occhi. Questo è il primo grande denominatore comune di tutti i Paesi artici. L’altro è il fatto che vivi in uno spazio-tempo completamente diverso dal nostro. Ad esempio alle Lofoten ci sono andato che era gennaio quindi avevo veramente cinque ore di luce, alle Svalbard, a febbraio, ne avevo ancora di meno. Quando sono andato in Groenlandia a giugno ho vissuto quando la luce si riprendeva il tempo di quelle terre: vedevi la luce che, ogni giorno, guadagnava mezz’ora, un’ora; fino a diventare sempre giorno. È ovvio che dove hai questi contesti in cui è sempre giorno o è sempre buio, hai il cielo coperto per una settimana… tu perdi di vista lo spazio-tempo a cui sei abituato dal nostro parallelo fino all’equatore.

Tu ti riferisci all’intervista che ho fatto a quella nativa, inuit, nel nord dell’Alaska. Sicuramente c’è un popolo indigeno, al di là che ha perso molte delle connessioni che aveva un tempo, con tanti legami ancestrali veri. “Artic Visions” è un progetto che si pone l’obiettivo di raccontare questi Paesi sotto un occhio originario, sia come contesto naturale, paesaggistico, che come popolazioni indigene, sia sotto un occhio scientifico. Cerca di avere questo binomio in cui una nativa si chiede: “Come è possibile contare gli uccelli?” e poi c’è una persona che lavora alle Global Seed Vault delle Svalbard che dice quanto sia importate avere una banca di semi nell’Artico oppure una scienziata che dice quanto l’oceano artico stia diventando più caldo di quanto dovrebbe essere perché l’oceano atlantico, molto più caldo, si mischia con esso. È ovvio che sono discorsi che riguardano un pubblico scientifico, dall’altra parte hai un respiro più nativo, più indigeno, che dice quanto vorrebbe vivere ancora con la migrazione degli animali e poter avere il cibo fresco ogni giorno come un tempo e “Come è possibile contare gli uccelli?”, perché stiamo facendo questo? Qual è il motivo per cui lo stiamo facendo?

Hai questo parallelismo, e chi vive l’Artico sono persone che hanno questi due punti di vista: uno più scientifico e uno che porta alle origini dell’Artico.

Due visioni

L.L. Che poi, alla fine, sono due facce della stessa medaglia. Sono due modi diversi per provare a salvare l’Artico.

I.E. Esatto, quello è un aspetto interessante. Tante volte raccontano le loro storie e il loro punto di vista, ma poi trovi che il denominatore comune è lo stesso. Magari si parla di cambiamento climatico o di quanto quel luogo non sia più quello che era un tempo, ma lo fai da due punti di vista diversi. Uno, magari, ti dice che gli orsi polari sono sempre più vicini alla costa, e questo per loro è un problema, dall’altra parte c’è chi ti dice che il mare è molto più caldo e ci sono molti meno iceberg in mare, questo vuol dire che ci sono molti più annegamenti di orsi polari, di conseguenza essi tendono a stare più verso la terraferma.