Già dal titolo dell’articolo si può intuire la mia opinione del film, ma andiamo con ordine.
La trama
Non riassumerò la trama ma dirò ciò che ha me non ha convinto.
Il film, ispirato a una storia vera, si basa su un giovane che gioca a ping pong. Da qui ci si aspetta di vedere il sudore e l’ossessione per il tennis da tavolo e invece no. La parte centrale del film è costituita dalla ricerca dei soldi necessari per poter volare a Tokyo e partecipare ai mondiali di questo sport; gli allenamenti vengono svolti quando capita, nei momenti di tranquillità. Certo si capisce il talento del protagonista, però quattro o cinque allenamenti in tutto il film mi sembrano pochi. Surreale, poi, è tutta la ricerca di questo denaro: una sparatoria che uccide chiunque tranne i buoni, una collana che permetterebbe a Marty di volare in Giappone persa a causa di una pulsione sessuale (irrefrenabile?) e un’incredibile caduta senza conseguenze in una vasca da bagno.
All’inizio del film, invece, lo zio non solo non gli dà i soldi che gli spettano ma poi lo ricatta al suo ritorno. Infine vi è il ruolo della madre, negativo, ma non viene spiegato il perché.
Gli elementi surreali spingono verso un’idea di grottesco e forse è questo il loro scopo, ma non ne trovo il senso, il focus viene spostato e la mente dell’osservatore si ingarbuglia inutilmente.
Il finale
Finalmente Marty arriva a Tokyo dopo essersi umiliato davanti a una manica di ricconi. Non si capisce perché non lo facciano giocare o meglio perché non abbia letto bene la lettera con la multa, i meccanismi sono oscuri. Eppure una volta che batte il campione in carica dovrebbe giocare il mondiale per due motivi: uno sportivo, che è lampante, ma anche per marketing, dato che attirerebbe un grande pubblico. Ma nulla.
Vi è l’idea che rincorrere ossessivamente i propri obiettivi porti ad un punto cieco, a domandarsi: “E ora?”. Ma ci sono due obiezioni: la prima è che non rincorre gli obiettivi ma il denaro e la seconda è che non ha raggiunto gli obiettivi. Questa visione quasi negativa degli obiettivi è quantomeno strana perché essi costituiscono una parte della vita di una persona (Scala dei bisogni di Maslow). Questa visione del ritrovare sé stesso è coronata dal pianto davanti al neonato, ma ha senso? Non ama la madre del piccolo, lo ha sempre evitato, perché questo drastico cambio di visione? Chissà.
Il protagonista
Il film è di certo scritto per esaltarne il protagonista, dato che è qualcosa di simile a una biografia. Eppure, il protagonista in sé, per come è stato scritto, non riesce a spiccare per i motivi che ho già elencato. Possiamo pensare anche all’evoluzione che questo ha in tutto il film: rimane uguale, idealizza sé stesso in qualcosa che (ancora) non è, e poi c’è il finale.
Timothée Chalamet si è calato nella parte magnificamente, sia a livello di mimica che di espressione, è una presenza che tiene incollati allo schermo. Forse il film è stato scritto pensando a lui come attore o forse lui ha risollevato le sorti del film.
Se la trama non è nulla di che, l’Oscar a Timothée Chalamet sarebbe meritato per la sua prestazione.

