La 33ª edizione porta in città 79 titoli da 22 Paesi e allarga il perimetro tra sale, università e nuove tecnologie. La direttrice Patrizia Rappazzo: «Un’edizione pensata per il pubblico, tra diritti, formazione e sguardi sul presente»
Milano torna a farsi laboratorio culturale con Sguardi Altrove Women’s International Film Festival, rassegna storica dedicata al cinema a regia femminile che, dal 1993, osserva il presente attraverso film, incontri e percorsi di approfondimento. La 33ª edizione si svolge dal 10 al 28 marzo 2026 con una programmazione diffusa tra Milano, Pavia e Rho: in città le proiezioni e gli appuntamenti toccano Accademia09, Anteo Palazzo del Cinema, CAM Garibaldi, il Cinema Godard di Fondazione Prada, Università Cattolica e IULM; a Pavia il cuore dello spin off è l’Auditorium di San Tommaso dell’Università; a Rho l’Auditorium Comunale. È un disegno che allarga il festival oltre la sala tradizionale e lo intreccia con i luoghi della formazione, tra pubblico cinefilo, studenti e comunità di quartiere.
I numeri raccontano l’ambizione della rassegna: 79 titoli da 22 Paesi, suddivisi in 11 sezioni, con i tre concorsi storici – Nuovi Sguardi, Sguardi (S)confinati e #FrameItalia – e una novità che guarda al futuro, Sguardi Expanded, sezione dedicata alle opere in realtà virtuale realizzata in collaborazione con l’Università di Pavia. Sullo sfondo, un tema che fa da filo rosso: le “reti” visibili e invisibili che legano identità, memoria, società e trasformazioni tecnologiche.
A guidare questo percorso è Patrizia Rappazzo, direttrice del festival, che abbiamo intervistato per capire come Sguardi Altrove continui a parlare a una Milano in trasformazione, tra nuove centralità culturali, università internazionali e una generazione giovane che chiede strumenti per leggere la realtà.
L’intervista a Patrizia Rappazzo
Sguardi Altrove è nato a Milano e da oltre trent’anni dialoga con la città. Che cosa significa organizzare un festival internazionale a regia femminile in una Milano che cambia, tra nuove centralità culturali, università sempre più internazionali e un pubblico giovane in evoluzione?
«Il festival ha 33 anni, e in realtà anche qualcuno in più: all’inizio era una piccola rassegna, poi è cresciuto. Milano è una città in cui abbiamo dovuto conquistare il pubblico, incrociando fasce differenti. Essere un festival dedicato alla regia femminile, nel tempo, ha significato anche ampliare lo sguardo: con un lavoro preciso di programmazione e selezione abbiamo cercato titoli che potessero interessare anche un pubblico maschile e sempre più giovane. Restiamo un festival di cultura medio-alta, con un taglio politico e culturale: lavoriamo sui diritti umani e civili, portiamo storie che arrivano da contesti di guerra e situazioni sociali difficili, ma anche racconti del quotidiano e realtà marginali».
La 33ª edizione coinvolge non solo Milano ma anche Pavia e Rho, con una rete di sale che va dall’Anteo a Fondazione Prada, fino alle università. Quanto è strategica questa dimensione “diffusa” per rafforzare il ruolo di Milano come capitale del cinema indipendente e laboratorio culturale?
«Abbiamo ampliato le location per raggiungere fasce di pubblico che è difficile portare al cinema. Lavoriamo su tematiche che parlano del mondo e, allo stesso tempo, abbiamo dato sempre più spazio ai giovani con un taglio formativo: ci occupiamo di industry e per questo le università e le scuole sono diventate decisive. Nel tempo sono aumentate le collaborazioni, con Cattolica e IULM e con l’aggiunta di Pavia, dove c’è un auditorium bellissimo che si apre alla città. I giovani non sono solo “pubblico”: molti lavorano realmente con noi, tra studenti universitari, volontari, giovani a contratto. Il festival si avvicina sempre di più a realtà giovanili e a interessi diversificati, molto attuali e importanti da approfondire».
Tra le novità più significative c’è la sezione Sguardi Expanded dedicata alla realtà virtuale. In una città come Milano, che sta investendo molto su innovazione e intelligenza artificiale, come si integra questa evoluzione tecnologica con la missione originaria del festival, nata nel 1993 per valorizzare il cinema delle donne?
«Con l’Università di Pavia siamo certi che diventerà un polo di interesse: Sguardi Expanded è un concorso nuovissimo, aperto a giovani filmmaker che si mettono alla prova con intelligenza artificiale, metaverso e linguaggi immersivi. Per noi è importante anche la relazione tra passato e presente: abbiamo recuperato l’archivio del festival, formati e materiali di epoche diverse, e quel linguaggio del passato viene riletto attraverso il metaverso in una mostra che si svolge a Pavia, ma che può essere fruita anche in altri contesti tramite smartphone o pc. È un traguardo in cui la memoria diventa contemporanea. Sono arrivate molte proposte e ne abbiamo selezionate poche, cercando il meglio possibile».
Dopo 33 edizioni, Sguardi Altrove è diventato un presidio culturale stabile. Qual è oggi la sfida più grande per un festival come il vostro a Milano: intercettare nuovi pubblici, sostenere le giovani autrici o difendere uno spazio di libertà espressiva in un mercato sempre più competitivo?
«La priorità resta dare visibilità alle cineaste emergenti: scoprire nuovi talenti, anche da cinematografie sommerse e poco note, come facciamo dalle prime edizioni. Poi c’è il lavoro sui mestieri del cinema riletti in chiave femminile, perché la difficoltà di essere donne nel settore esiste ancora: ci sono ricerche che lo certificano. Per questo proponiamo masterclass e approfondimenti sulla produzione e su cosa significa produrre in un mercato ibrido, tra cinema e televisione, con figure professionali che aiutano a leggere questi cambiamenti. Abbiamo anche una forte attenzione a inclusion e diversity: sottotitoli e strumenti per non udenti e non vedenti, perché la fruizione del cinema deve essere realmente accessibile».
Il tema dell’edizione è quello delle “reti”, visibili e invisibili. Che cosa vi aspettate dal pubblico milanese e quale tipo di dialogo volete aprire con la città attraverso i film e gli incontri?
«Ci aspettiamo di aprire spaccati di riflessione. Quasi tutti i film sono accompagnati da Q&A con registi o professionisti: sono spazi in cui il cinema diventa un modo per leggere l’attualità. Il filo rosso, per noi, è sempre stato questo: il cinema rilegge la realtà. Milano risponde molto bene quando le proposte sono pensate per il pubblico e quando ciascuno può costruire il proprio percorso. Il festival è stato progettato in questa direzione, tra sale e luoghi della formazione, perché il pubblico possa scegliere e costruire il suo programma personale».
Nella geografia culturale milanese, Sguardi Altrove continua così a giocare una partita precisa: tenere insieme visione internazionale e radicamento urbano, portando in sala il dibattito su diritti, identità, linguaggi e accessibilità. In una città che corre, la rassegna prova a fare una cosa controcorrente: fermare lo sguardo, dare tempo alle storie, e costruire – film dopo film – una comunità che non si limita a “vedere”, ma sceglie di capire.

