Dalla periferia dell’anima alle sale indipendenti, la regista milanese torna con un film intenso e personale, presentato al Cinema Beltrade
Il cinema indipendente torna protagonista a Milano
Milano torna a essere crocevia del cinema indipendente italiano con l’arrivo di 6:06, il nuovo film della regista milanese Tekla Taidelli. Un ritorno importante, a vent’anni da Fuori Vena, che segna una nuova tappa nel percorso artistico di un’autrice capace di trasformare la sofferenza in linguaggio cinematografico.
La proiezione al Cinema Beltrade, uno dei luoghi simbolo della cultura cinematografica indipendente milanese, si inserisce in un contesto urbano che continua a offrire spazio a progetti fuori dalle logiche mainstream. Un film che arriva in città dopo aver già conquistato pubblico e critica nei festival: dalla presentazione alle Giornate degli Autori fino ai riconoscimenti ottenuti tra Roma e Ortigia.
6:06 è molto più di una storia sulla dipendenza: è un viaggio interiore, una riflessione sul dolore e sulla possibilità – non scontata – di cambiare. Il protagonista Leo vive intrappolato in un loop mentale, scandito sempre dalla stessa ora, mentre l’incontro con Jo-Jo apre una crepa in questo schema, senza però promettere salvezze facili.
In questo contesto si inserisce il ritorno di Taidelli, che porta sullo schermo una visione profondamente legata alla sua esperienza personale e alla sua attività con la Scuola di Street Cinema, dove da anni lavora con persone ai margini.
Intervista a Tekla Taidelli: «Il cinema è un atto catartico»
A margine della presentazione milanese, abbiamo incontrato la regista per approfondire il significato di questo nuovo progetto.
Il ritorno dietro la macchina da presa
A vent’anni da Fuori Vena, cosa è cambiato nel suo sguardo?
«È rimasta intatta l’esigenza di fare cinema come qualcosa di catartico. Per me è uno strumento per elaborare, quasi un atto psicomagico. Vent’anni fa ero una persona diversa, più arrabbiata, più ferita. Ho avuto un passato difficile e non lo auguro a nessuno. Questo film è anche dedicato a mio padre. Quando recito o dirigo, sento il bisogno di dire qualcosa che viene da lì».
E aggiunge: «Con 6:06 ho portato sulla scena la mia pelle, la mia sofferenza, trasferendola nei personaggi. È il mio modo di fare cinema».
Milano e il valore delle sale indipendenti
Presentare il film al Beltrade ha un valore particolare?
«Assolutamente sì. Abbiamo già fatto sold out e per me queste sale sono fondamentali. Anche a Roma, al Cinema Aquila, siamo stati tre settimane. Sono realtà preziose, dovrebbero essere molte di più».
Il cinema come terapia e osservazione del reale
Nel film la dipendenza è raccontata come un loop mentale. Quanto c’è della sua esperienza?
«Da vent’anni porto avanti la stessa idea di cinema. Con la mia scuola lavoro con minori, con persone che soffrono, anche con tossicodipendenti. Conosco bene quel tipo di dolore. Il cinema diventa anche uno strumento terapeutico: i ragazzi riescono a rielaborare le loro emozioni e a riscriverle».
Un racconto lontano dai finali consolatori
Il film evita una narrazione rassicurante: è stata una scelta precisa?
«La vita non è a lieto fine. Io faccio un cinema del reale. Gli happy ending esistono nei film, non nella vita. Qui c’è un finale giusto, non consolatorio. Quando una persona riesce a rialzarsi, la prima cosa che vuole è tornare a vedere la vita a colori. Ma non è una favola».
E con una punta di ironia aggiunge: «Gli happy ending non mi riguardano. Sono una fenice punk».
Milano, tra progresso e fragilità sociali
Che spazio c’è oggi per raccontare gli “invisibili” in una città come Milano?
«Milano è sempre stata il mio punto di partenza. Più una città è veloce e progredita, più emergono le fragilità. È inevitabile: dove c’è più luce, c’è anche più ombra. Qui c’è un terreno fertile per raccontare il disagio».
E conclude: «Ho sempre lavorato su questi temi. Dai senza fissa dimora agli immigrati, fino alle comunità LGBTQ+. Milano pullula di storie, ogni giorno. Basta saperle ascoltare».
Un film che nasce dalla strada e parla al presente
6:06 si inserisce in una linea narrativa che rifugge le semplificazioni e sceglie di raccontare la complessità. Un’opera che guarda al cinema come strumento sociale, capace di dare voce a chi spesso resta invisibile.
La distribuzione affidata a LSPG Popcorn conferma una strategia che punta non solo alla proiezione, ma alla creazione di momenti di incontro e confronto. Un approccio che trova proprio a Milano uno dei contesti più fertili, grazie a una rete di sale indipendenti e a un pubblico attento e curioso.
Il ritorno di Tekla Taidelli non è solo quello di una regista, ma di un’idea di cinema che resiste e si rinnova: radicale, personale e profondamente umano.

