L. L. L’ironia è fondamentale nel tuo lavoro?
S. R. Mi considero un pessimo sceneggiatore comico. Adesso sono in fase di scrittura di un cortometraggio quasi totalmente comico, salvo per il finale.
Però, per me, l’ironia insieme all’horror è quella cosa che ti permette meglio, per la società in cui viviamo adesso, di mascherare un qualcosa per farlo arrivare meglio. Al di là che sia satirico, parodico o ironico, la comicità e l’horror, quindi, forse, le due emozioni più primordiali dell’essere umano, sono quelle che ti permettono di far arrivare dei messaggi più facilmente.
Quindi sì, diciamo che l’ironia è un qualcosa che aiuta sicuramente. Dipende sempre cosa vuoi fare, però mi sto accorgendo sempre di più che senza volerlo la inserisco quasi sempre, anche se non mi reputo bravo nello scriverla.
Quindi credo sia un qualcosa che ormai a livello inconscio faccio in automatico.
L. L. In “Don’t press the button” sei stato ispirato da qualche regista in particolare? Anche qui la critica sociale sembra fondamentale.
S. R. La critica non la chiamerei critica sociale, la chiamerei critica individuale: quello è un cortometraggio che è stato fatto per un mio momento di difficoltà. Io ho iniziato ad avere una serie di attacchi di panico e mi sono accorto che cercavo non una soluzione, ma delle distrazioni, che è quello che fa il protagonista. Cioè, al protagonista gli hanno detto: “Non fare quella cosa, non premere il bottone”, lui cerca in tutti i modi di distrarsi, di fare altro, ma vuole premerlo. Era un po’ la situazione in cui mi trovavo io.
Se tu stai male, puoi scrollare Instagram quanto vuoi, ma stai male, devi risolvere quella cosa. La soluzione non è premere il bottone. Però è assurdo come spesso cediamo subito alla tentazione di premere quel bottone, che poi cosa succede? Quel bottone è il rilascio di dopamina. Tu hai premuto quel bottone, ti si sono aperte le bande laterali, quindi per un attimo hai una gratificazione istantanea e poi ti si chiudono ancora di più. Tu stai male, ti fai la tua scarica di dopamina, la tua scrollata di TikTok e per quell’oretta sei a posto, ma finito TikTok, sei peggio di prima, perché non hai risolto quella cosa.
Sicuramente c’è una critica sociale perché penso che altre persone si trovino nella mia stessa situazione dei tempi, però era più una critica individuale a Stefano.
Per quanto riguarda l’ispirazione a dei registi, forse quelle che abbiamo utilizzato più apertamente per alcune inquadrature era Wes Anderson; a noi piaceva molto avere delle cose un po’ simmetriche, ce n’è forse una o due simmetriche, non troppe. Probabilmente non ti saprei dire altro perché forse sono inconsce, cioè probabilmente ho interiorizzato delle inquadrature di registi che mi piacevano e le ho rimesse lì.
Uno che mi sono ispirato tanto è Gaspar Noé per la parte delle musiche e del titolo di coda e degli stacchi.
