Kill Bill: The Whole Bloody AffairKill Bill: The Whole Bloody Affair

Il 26 maggio mi sono recata presso Anteo CityLife per partecipare alla proiezione speciale di Kill Bill: The Whole Bloody Affair, l’attesissima versione completa del quarto film di Quentin Tarantino, proposta senza tagli e arricchita da scene mai viste prima in un unico montaggio.

È bastato mettere piede in sala per sentire un brivido: Twisted Nerve sparata a tutto volume e, sul grande schermo, la locandina dell’evento dedicato a Kill Bill che sembrava irradiare energia in ogni angolo del cinema. Ancora prima di accomodarmi mi è stato consegnato un taccuino a tema insieme a un foglio su cui scrivere le mie impressioni al termine della proiezione, un dettaglio semplice ma capace di farmi sentire parte di qualcosa di speciale.

Mi sono sentita immediatamente elettrizzata e, guardandomi intorno, era evidente che tutta la sala stesse vivendo la stessa identica emozione: quell’attesa febbrile che precede solo gli eventi davvero memorabili.

Poi le luci si sono abbassate; tutta la tensione accumulata fino a quel momento si è trasformata in silenzio assoluto, mentre sullo schermo iniziava la vera magia. Dopo l’iconica battuta di Bill — “Tesoro, non capisci… sono solo all’apice del mio masochismo” — nella sala hanno iniziato a riecheggiare le note di Bang Bang (My Baby Shot Me Down). Ed è stato proprio in quell’istante che tutti noi abbiamo capito una cosa: la nostra fantastica avventura avrebbe finalmente avuto inizio.

Kill Bill: The Whole Bloody Affair, la nostra recensione

Durante tutta la proiezione, in sala regnava un’attenzione quasi surreale: nessuno distoglieva lo sguardo dallo schermo, come se ogni spettatore fosse completamente catturato da ciò che stava accadendo davanti ai propri occhi. Si percepiva chiaramente quanto il pubblico fosse coinvolto, soprattutto nei momenti più iconici e violenti del film.

Ma è stato con le scene inedite che l’atmosfera è cambiata completamente. Davanti alla versione originale animata della vendetta di O-Ren Ishii, la sala sembrava quasi ipnotizzata: si avvertivano stupore e meraviglia in ogni reazione trattenuta, come se tutti stessimo assistendo a qualcosa di raro e prezioso.

Ancora più intensa è stata la celebre sequenza degli Crazy 88 nel ristorante. Per la prima volta abbiamo potuto vedere l’intera scena senza tagli, a colori e con tutta la brutalità originale immaginata da Quentin Tarantino. In quel momento sulla sala è calato un silenzio tombale: nessuno parlava, nessuno si muoveva, tutti erano completamente rapiti da quella sequenza adrenalinica e spettacolare. Ogni colpo di katana, ogni schizzo di sangue e ogni coreografia sembravano amplificare l’emozione collettiva del pubblico, che stava finalmente vivendo la versione integrale di una scena diventata leggenda.

Kill Bill: The Whole Bloody Affair, dal volume 1 al volume 2

Quando sullo schermo è apparso l’annuncio dell’intervallo, la tensione accumulata si è sciolta quasi di colpo: in sala si percepiva entusiasmo, sorrisi increduli e l’adrenalina che solo il grande cinema riesce a lasciare addosso dopo un’esperienza così intensa.

Durante la pausa ho approfittato dell’occasione per vivere un altro momento indimenticabile: ho potuto impugnare l’iconica katana appartenente a Budd. Sulla lama era presente la stessa incisione vista nel film, la dedica fatta incidere da Bill da Hattori Hanzō: “To my brother Budd, the only man I ever loved.” Leggere quella frase così da vicino, tenendo tra le mani un oggetto tanto simbolico per l’universo di Kill Bill, ha fatto salire l’emozione alle stelle.

Subito dopo è iniziato il secondo capitolo ed è stata pura magia. Vedere finalmente Kill Bill: The Whole Bloody Affair ha reso evidente quanto i due volumi fossero pensati per essere un’unica, gigantesca opera cinematografica: ogni scena si collegava alla perfezione con la successiva, creando un flusso narrativo naturale e incredibilmente coinvolgente. In quel momento ho avuto la sensazione che noi fan meritassimo davvero di vedere, la versione originale immaginata da Quentin Tarantino.

Kill Bill: The Whole Bloody Affair, la dedica a Fukasaku

Nonostante alcuni cambiamenti rispetto alle versioni distribuite separatamente, l’esperienza è risultata ancora più affascinante. L’antico proverbio Klingon che apriva il film è stato sostituito con una dedica a Kinji Fukasaku, storico regista di Battle Royale. Inoltre, non è più presente la domanda finale di Bill a Sofie Fatale che concludeva il primo volume, così come è assente il celebre recap della sposa che apriva il secondo. Anche il color grading appare differente: i blu sono più intensi e freddi, mentre i gialli assumono tonalità più dorate, donando al film un’atmosfera ancora più elegante e cinematografica. In ultimo, la voce narrante che, a differenza della versione originale dei due film, qui è totalmente assente.

Tra le aggiunte più sorprendenti c’è anche la rivelazione di cosa sia accaduto al braccio destro di Sofie Fatale, dopo che nel film originale avevamo visto la Sposa amputarle soltanto il sinistro. Piccoli dettagli, scene estese e raccordi narrativi hanno reso questa visione qualcosa di molto più grande di una semplice proiezione: sembrava davvero di assistere allopera definitiva che Tarantino aveva sempre voluto mostrare al pubblico.

Questa esperienza mi è piaciuta davvero tantissimo, non soltanto per le scene inedite o per la possibilità di vedere finalmente Kill Bill: The Whole Bloody Affair, ma soprattutto perché questa versione riesce a mettere ancora più in risalto il percorso del personaggio di Beatrix Kiddo.

Dal bianco al rosso, la trasformazione umana della Sposa

All’inizio la vediamo quasi come un’immagine pura, la Sposa, una figura apparentemente innocente che viene improvvisamente travolta e macchiata dalla morte e dalla vendetta. Ma nel corso del film assistiamo alla sua trasformazione completa: dalla sofferenza alla guarigione fisica e mentale, passando per la rabbia, il dolore e la rinascita. Anche i suoi costumi sembrano raccontare questa evoluzione. L’iconica tuta gialla, chiaro omaggio a Bruce Lee, rappresenta la guerriera spietata pronta a combattere, mentre in altre sequenze il suo look assume richiami western, quasi a trasformarla in una pistolera solitaria consumata dalla vendetta.

Eppure, dietro tutta quella furia, il film non smette mai di mostrarci la sua umanità. Uno dei momenti più intensi arriva proprio quando Beatrix, dopo aver attraversato violenza, sangue e dolore, crolla sul pavimento del bagno in lacrime: una scena potentissima in cui sembra finalmente liberarsi di tutta la sofferenza trattenuta per anni. È il momento in cui la guerriera lascia spazio alla donna ferita.

Un semplice abito blu

Nel finale, infatti, la ritroviamo con un semplice abito blu, lontana dalla violenza, finalmente connessa con la propria femminilità e con sua figlia tra le braccia.

Questa versione estesa rende tutto ancora più profondo ed emozionante: molte scene sono più lunghe, il montaggio presenta ritmi differenti e diverse inquadrature mai viste prima riescono ad amplificare ancora di più l’impatto emotivo della storia. Persino dopo i titoli di coda il film riesce ancora a sorprendere, grazie all’aggiunta di un nuovo capitolo intitolato The Lost Chapter: Yuri’s Revenge, una chicca finale che sembra quasi un regalo dedicato ai fan più appassionati.

Uscendo dalla sala ho avuto una certezza: Quentin Tarantino meritava che la sua versione originale venisse finalmente mostrata al pubblico, e noi spettatori meritavamo assolutamente di viverla sul grande schermo.

Articolo a cura di Anna Brizzolara