Se solo potessi, Photo by Logan White. Courtesy of A24Se solo potessi, Photo by Logan White. Courtesy of A24

L’opera di Mary Bronstein non racconta una crisi familiare, ma un collasso interiore che diventa linguaggio, ironia e sopravvivenza

Se solo potessi ti prenderei a calci, quando la realtà smette di reggere

Se solo potessi ti prenderei a calci non è un film sulla difficoltà della vita quotidiana. È un film sul momento preciso in cui la quotidianità collassa sotto il proprio peso. Mary Bronstein costruisce un dispositivo narrativo che sembra partire dal realismo – una madre, una figlia malata, un matrimonio che si sgretola – ma che progressivamente scivola verso qualcosa di più disturbante: una percezione alterata della realtà, quasi allucinata. La protagonista Linda, interpretata da Rose Byrne, non è una donna “in difficoltà”. È una figura che vive già oltre il punto di rottura. Il film non racconta la crisi: racconta cosa succede dopo, quando non esiste più un equilibrio da recuperare.

Il soffitto che crolla non è un evento, è una dichiarazione

Il momento del soffitto che crolla è il vero manifesto del film. Non è un espediente narrativo, è un gesto simbolico esplicito: la casa – luogo della stabilità, dell’identità, della protezione – si distrugge. E con essa si distrugge anche l’idea che la vita possa essere organizzata. Da quel momento in poi, il film si muove in uno spazio instabile, quasi liquido. Il motel diventa il nuovo ambiente: provvisorio, impersonale, sospeso. È qui che Bronstein inserisce il suo colpo più interessante: trasformare il disagio in grammatica visiva e narrativa.

Linda non è un personaggio, è una tensione continua

Rose Byrne costruisce una performance che non cerca empatia facile. È una recitazione che lavora per attrito. Linda è una terapeuta, quindi teoricamente una figura che dovrebbe gestire il caos degli altri. Ma il film ribalta tutto: lei stessa è il caos. E questo crea una frattura potentissima. Non c’è distanza tra professione e condizione interiore. Non c’è controllo. C’è solo una tensione continua tra lucidità e implosione. La cosa più radicale è che il film non prova mai davvero a “salvarla”. Non c’è redenzione classica. Non c’è un percorso lineare. C’è una deriva.

L’ironia come meccanismo di difesa

Uno degli elementi più spiazzanti è il tono. Il film è definito anche ironico, ma non nel senso tradizionale. Qui l’ironia è una forma di resistenza. Non alleggerisce il dramma, lo rende più sopportabile. È una risata che nasce dalla saturazione, non dalla leggerezza. La presenza di Conan O’Brien è emblematica: il suo inserimento in un contesto drammatico non è un semplice casting curioso, ma una scelta che accentua lo straniamento. Il film gioca continuamente sul confine tra assurdo e reale, producendo un effetto preciso: lo spettatore non sa mai se ridere o restare in silenzio.

La maternità come spazio di pressione, non di consolazione

Il film evita completamente la retorica della maternità salvifica. Il rapporto con la figlia non è un rifugio emotivo, ma un campo di tensione. Non perché manchi l’amore, ma perché l’amore non basta a contenere la pressione della realtà. Bronstein sembra voler dire una cosa molto scomoda: la responsabilità può diventare insostenibile anche quando è giusta, anche quando è necessaria. Questo sposta il film su un piano molto più interessante. Non è una storia di sacrificio, ma di saturazione.

Il vero tema è la perdita di controllo

Tutti gli elementi del film convergono verso un punto: la perdita di controllo. Il marito assente, la paziente scomparsa, il rapporto con lo psicologo: ogni relazione è una crepa. Non esiste un punto stabile. Se solo potessi ti prenderei a calcicostruisce così una struttura che non offre appigli. Lo spettatore è costretto a restare dentro l’instabilità, senza soluzioni. Ed è qui che il film diventa davvero interessante: perché non cerca di ricomporre. Accetta la frattura.

Un film che rifiuta la catarsi

Il cinema contemporaneo spesso cerca una via d’uscita, una riconciliazione, anche minima. Qui no. Bronstein sembra rifiutare la catarsi. Non c’è una chiusura che restituisce senso. C’è una consapevolezza più dura: alcune condizioni non si risolvono, si attraversano. Questo rende il film più difficile, ma anche più onesto, perché non offre allo spettatore un sollievo artificiale.

Perché Se solo potessi ti prenderei a calci è un film necessario

Se solo potessi ti prenderei a calci è un film che può lasciare il segno perché non cerca di piacere. È scomodo, instabile, a tratti respingente, ma proprio per questo autentico. Parla di un punto che il cinema affronta raramente: il momento in cui la vita non è più gestibile, e non esiste un modo chiaro per ricomporla. Non è un film sulla resilienza, ma sulla resistenza minima, quotidiana, imperfetta. Ed è proprio qui la sua forza più grande: non offre soluzioni, ma riconosce il caos e lo rende visibile.