I temi

Il corto “Sweatshop girl – chica de fábrica” di Selma Cervantes è un’opera politica. Ambientato in una fabbrica sudamericana in tempo di Covid, l’elemento centrale è lo sfruttamento. Esso, però, viene declinato attraverso molti altri temi. Il primo è quello della salute perché il Covid è una paura latente e comune soprattutto agli sfruttatori ma non vi sono le misure adeguate; mentre nella fabbrica vengono prodotte mascherine in stoffa. Il secondo tema è quello del femminismo e dello sfruttamento delle donne perché le operaie sono tutte ragazze o giovani donne, e la mentalità di ribellione è mitigata dal terzo tema che è quello della povertà.

La trama

Il lavoro si può perdere sia per il Covid che per l’essere incinta. La protagonista ha dei sintomi di malessere, ma riesci a raggirare i capi anche attraverso un test delle urine truccato. Il bisogno di soldi è così potente che mentre le viene detto di andare a casa per una perdita di sangue, essa si gira e continua a cucire i prodotti destinati alla protezione dal Covid 19.

Il corto è in spagnolo con i sottotitoli in inglese, ma la lingua è semplice, con qualche tratto meno immediato perché tipico dell’America del Sud. Il girato è interamente ambientato nella fabbrica, fatiscente ma allo stesso tempo vuota e luminosa, come se tutto risuonasse al suo interno. Sembra quasi che l’edificio non sia finito e nemmeno sfruttato in tutte le sue potenzialità: le macchine da cucire delle varie lavoratrici sono poste a tre metri circa di distanza l’una dall’altra. Un altro elemento che ci indica che lo sfruttamento è relativo, ovvero che le donne sono lì per povertà e non costrette, è la scarsa vigilanza su di esse.

Tirando le somme

Il corto è interessante perché ci racconta una sottotrama quasi sconosciuta ai più, europei. Visivamente è un buon corto ma non eccelle per questo e credo che non fosse questo l’intento. I personaggi, invece, recitano bene e la trama è ben sviluppata. Il finale aperto è un’ottima e azzeccata strategia.