C’è qualcosa di profondamente inquietante in Primetime. Non perché racconti una storia sconosciuta. Il film prende infatti una vicenda legata a To Catch a Predator, celebre programma americano degli anni Duemila. La trasforma però in un viaggio disturbante dentro televisione e fama.

Il punto centrale, però, non riguarda soltanto ciò che Hansen denuncia. Oppenheim guarda soprattutto a ciò che accade dietro la telecamera. La giustizia diventa spettacolo. La paura diventa intrattenimento. L’indignazione diventa un prodotto televisivo.

Ed è qui che Primetime trova la sua idea più interessante.

Robert Pattinson è il cuore del film

Robert Pattinson costruisce un Chris Hansen difficile da incasellare. Non lo interpreta come un semplice giornalista arrivista. Gli dà invece una personalità piena di contraddizioni.

Hansen vuole davvero smascherare persone pericolose. Allo stesso tempo, sembra sempre più affascinato dal proprio ruolo. La telecamera non documenta soltanto la sua attività. Diventa quasi uno specchio.

Pattinson lavora molto sul corpo, sulla voce e sullo sguardo. Il suo Hansen cambia atteggiamento a seconda della situazione. Davanti alle telecamere appare sicuro e quasi monumentale. Nei momenti più privati emergono invece fragilità, ossessioni e un bisogno evidente di controllo.

L’attore non cerca la simpatia dello spettatore. Nemmeno cerca una condanna facile del personaggio. Lascia che Hansen resti sospeso tra convinzione morale, ambizione e narcisismo.

Gli altri personaggi completano il quadro

Merritt Wever interpreta Andie Bender, una figura importante nella macchina televisiva. Il personaggio rappresenta il lato più professionale e spietato del progetto. Andie conosce il linguaggio della televisione e sa quanto conti trasformare una storia in evento.

Skyler Gisondo interpreta invece Dan Plumb, un giovane attore coinvolto nelle operazioni come esca. È forse il personaggio che conserva più umanità.

Dan cerca un’occasione professionale. Finisce però dentro una situazione sempre più difficile da controllare. La sua posizione permette al film di mostrare il lato umano di un sistema che tende a trasformare tutti in ruoli.

Matthew Maher veste i panni di Xavier Von Erck, legato alla macchina che rende possibili le operazioni. Il personaggio contribuisce a rendere ancora più sfumato il confine tra attivismo, spettacolo e ricerca di visibilità.

Oppenheim evita quindi di costruire una storia con eroi e cattivi facilmente riconoscibili. Ogni personaggio entra in una macchina più grande di lui. E quella macchina continua a chiedere attenzione, immagini e pubblico.

Una regia che sembra una febbre

La regia rappresenta forse l’aspetto più personale di Primetime. Oppenheim porta nel cinema narrativo lo sguardo del documentarista, ma lo deforma. Le immagini assumono spesso un aspetto sporco e quasi malato. La fotografia di David Bolen sfrutta colori aggressivi, luci artificiali e una grana digitale molto evidente.  

Il film sembra così appartenere contemporaneamente agli anni Duemila e a un futuro vicino. Questa scelta funziona perché Primetime parla di un’epoca in cui la televisione iniziava a trasformare ogni scandalo in spettacolo.

Oppenheim guarda anche al cinema americano più nervoso e ossessivo. Alcune immagini ricordano il caos dei Safdie. Altre cercano una dimensione più surreale e grottesca.

Questa scelta stilistica crea anche il principale limite del film. A volte Oppenheim sembra più interessato alla forma che alla storia. Alcune scene insistono sull’atmosfera invece di sviluppare davvero i personaggi.

Il vero bersaglio è lo spettatore

La parte più interessante di Primetime riguarda però il pubblico. Il film non si limita a chiedere se Hansen faccia bene o male il proprio lavoro. Sposta lentamente la domanda verso chi guarda.

Perché vogliamo vedere una persona umiliata davanti a milioni di spettatori? Perché ci interessa assistere alla caduta di qualcuno? E quanto cambia la nostra posizione quando la vittima dello spettacolo ha commesso qualcosa di terribile?

Oppenheim non offre risposte semplici. Il suo film mette lo spettatore in una posizione scomoda. Da una parte osserviamo una macchina televisiva discutibile. Dall’altra continuiamo a guardarla. In questo senso Primetime parla anche del presente. La televisione dei primi Duemila ha lasciato spazio ai social, alle piattaforme e ai video virali. Il meccanismo, però, non è scomparso.

È cambiato soltanto il luogo in cui guardiamo.

Un film imperfetto, ma difficile da dimenticare

Primetime non è un film sempre equilibrato. La sceneggiatura di Ajon Singh procede a tratti in modo troppo costruito. Il messaggio emerge con forza, ma alcune situazioni appaiono più programmate che realmente vissute.

Il terzo atto divide in modo particolare. Alcune recensioni hanno apprezzato la sua componente tragica. Altre hanno trovato la conclusione troppo affrettata o poco risolutiva.  Questa ambiguità, però, appartiene anche alla natura del progetto.

Primetime vuole mettere a disagio. Vuole mostrare quanto sia facile trasformare una battaglia morale in una performance. E soprattutto vuole ricordarci che dietro ogni telecamera esiste qualcuno che decide cosa mostrare.

Robert Pattinson offre una delle interpretazioni più singolari della sua carriera. Lance Oppenheim costruisce invece un film visivamente audace, sporco e spesso ipnotico.

Non tutto funziona allo stesso modo. Alcune idee restano più interessanti del loro sviluppo. Ma Primetime possiede una qualità sempre più rara: continua a lavorare nella testa dello spettatore anche dopo i titoli di coda.

Ed è forse questo il suo risultato più importante.

Non chiede soltanto: chi è il mostro?

Chiede anche: perché continuiamo a guardarlo?

Voto personale 8: si addentra molto nella psiche dei vari personaggi, acnhe senza introdurre più di tanto delle loro vite prive, eccelsa la prova di Robert Pattinson nel ruolo di un eccentrico e scellerato presentatore tv, che arriverebbe a sacrificare quasi tutto pur del risultato finale, nel finale infatti si accorge di essersi spinto troppo oltre.