Il Gran Festival del Cinema Muto di Milano celebra la sedicesima edizione con sei cine-concerti realizzati insieme all’Università di Milano-Bicocca. La compositrice Rossella Spinosa racconta il rapporto con la città, il valore della musica dal vivo e la sorprendente attualità dei grandi classici.
Il cinema muto torna protagonista a Milano tra musica, cultura e nuove generazioni
A Milano anche il silenzio può raccontare qualcosa. Soprattutto quando le immagini di un secolo fa incontrano la musica contemporanea, trasformando la visione di un film in un’esperienza collettiva. È questa l’idea alla base della sedicesima edizione del Gran Festival del Cinema Muto di Milano, che rinnova la collaborazione con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca attraverso un programma di sei cine-concerti, dal 2 ottobre all’11 dicembre 2026.
Da Metropolis di Fritz Lang a La corazzata Potëmkin di Sergej Ėjzenštejn, passando per Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau, College di Buster Keaton, Una locanda di Tokyo di Yasujirō Ozu e Preferisco l’ascensore con Harold Lloyd, la rassegna attraversa alcune delle pagine più significative della storia del cinema. A rendere particolare ogni appuntamento sono le musiche originali eseguite dal vivo, firmate dalla compositrice Rossella Spinosa, figura centrale della programmazione artistica del festival.
Un progetto che supera la dimensione della semplice proiezione cinematografica, intrecciando cinema, musica, formazione e territorio. Sullo sfondo c’è Milano, metropoli in continua trasformazione, dove le immagini del passato tornano a interrogare il presente. Di questo rapporto, della capacità del cinema muto di parlare alle nuove generazioni e del ruolo della musica abbiamo parlato con la maestra Rossella Spinosa.

Rossella Spinosa: «Milano offre continuamente nuovi significati con cui guardare il cinema muto»
Il Gran Festival del Cinema Muto arriva alla sua sedicesima edizione. Che rapporto ha costruito negli anni con Milano e quanto la città ha contribuito alla crescita del festival?
«In sedici edizioni il rapporto con Milano è diventato qualcosa di più di un semplice legame territoriale: è entrato nella natura stessa del festival. Milano è una città abituata a trasformarsi, ad accogliere linguaggi diversi, a mettere in relazione persone, culture e generazioni. È proprio questa sua energia che ha permesso al Gran Festival del Cinema Muto di crescere e di trovare, anno dopo anno, nuovi interlocutori e nuovi pubblici.
Il festival, del resto, non vuole essere meramente un luogo in cui si proiettano film del passato, ma un’occasione per riportare quelle opere nel presente e farle dialogare con la città. Milano ci ha insegnato anche che il pubblico che ci segue non considera il cinema muto come un patrimonio da conservare sotto una campana di vetro, ma come una forma d’arte ancora capace di interrogare il presente.
La crescita del festival è quindi anche il risultato di un rapporto reciproco: noi portiamo a Milano immagini, musiche e storia e Milano, con la sua complessità contemporanea, offre continuamente nuovi significati con cui guardarle».
Milano è una città che corre, cambia e guarda continuamente al futuro. Perché proprio qui può avere ancora forza un linguaggio nato più di un secolo fa come quello del cinema muto?
«Forse proprio perché Milano corre. Il cinema muto ci obbliga, almeno per la durata di un film, a rallentare e a guardare. Ma non è un linguaggio lento o distante dalla nostra sensibilità: al contrario, è un cinema spesso molto fisico, diretto, fatto di corpi, volti, gesti, ritmo, movimento. È un linguaggio che comunica prima ancora delle parole.
In una città attraversata quotidianamente da migliaia di immagini, notifiche, messaggi e stimoli, ritrovarsi davanti a un grande schermo e seguire una storia attraverso immagini e musica produce un’esperienza quasi controcorrente. Eppure non è un ritorno nostalgico al passato.
Molti film muti parlano di metropoli, tecnologia, lavoro, solitudine, desiderio di successo, disuguaglianze, paura del futuro: sono temi che riconosciamo immediatamente. Cambiano le automobili, gli abiti e le tecnologie, ma certe domande restano sorprendentemente contemporanee».
L’università, i quartieri e la sfida di avvicinare nuovi pubblici
Questa edizione nasce dalla collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca e porta i cine-concerti anche fuori dagli spazi cinematografici tradizionali. Quanto è importante per voi entrare nei quartieri e avvicinare nuovi pubblici?
«È fondamentale. Una collaborazione con un’università come Milano-Bicocca, che dura da diversi anni, ha per noi un significato rilevante perché mette in relazione ricerca, formazione, cultura e territorio.
Portare i cine-concerti fuori dalle sale cinematografiche tradizionali significa inoltre cambiare il punto di vista: non chiedere soltanto al pubblico di venire al festival, ma fare in modo che sia il festival ad andare incontro al pubblico.
Entrare nei quartieri, negli spazi universitari e in luoghi che normalmente non associamo alla visione di un film significa intercettare persone che magari non penserebbero spontaneamente di acquistare un biglietto per una rassegna di cinema muto. È un modo per abbattere una barriera, anche puramente psicologica.
E il cine-concerto si presta particolarmente bene a questo: non è solo una proiezione, ma un evento dal vivo, nel quale immagini e musica accadono contemporaneamente e ogni esecuzione può essere diversa. La collaborazione con Bicocca ci permette quindi di lavorare non soltanto sulla programmazione, ma anche sull’idea di formazione di nuovi pubblici».
Da Metropolis a Ozu: il cinema di un secolo fa racconta la Milano contemporanea
Da Metropolis al tema della precarietà raccontato da Ozu, i film scelti affrontano tecnologia, lavoro, disuguaglianze, paura e ambizione. Quale di questi temi sente più vicino alla Milano contemporanea?
«Probabilmente il rapporto fra lavoro e precarietà, anche perché è un tema che attraversa la vita quotidiana di una città come Milano in modo molto concreto.
Milano è una città piena di opportunità, ma proprio per questo rende particolarmente evidente la distanza fra aspirazione e possibilità, fra desiderio di affermarsi e difficoltà nel costruire un futuro stabile. È interessante vedere come il cinema di quasi un secolo fa fosse già capace di raccontare questa tensione.
Ma anche il tema della tecnologia, naturalmente, è fortissimo. In Metropolis la macchina rappresenta insieme promessa di progresso e rischio di disumanizzazione.
Oggi viviamo immersi nella tecnologia in una misura che quei registi non avrebbero potuto immaginare, ma la domanda di fondo non è cambiata: la tecnologia è al nostro servizio oppure siamo noi ad adattarci ai suoi ritmi e alle sue esigenze?
È questo, forse, uno dei grandi meriti del cinema muto: mostrarci che molte delle questioni che consideriamo nuove hanno in realtà una storia molto più lunga».
Rossella Spinosa: «Il cinema muto non chiede di essere studiato prima di essere amato»
Se dovesse convincere un giovane milanese che non ha mai visto un film muto a partecipare a uno dei vostri cine-concerti, cosa gli direbbe? Cosa può trovare in sala che difficilmente troverebbe guardando lo stesso film a casa?
«Gli diremmo di non pensare al cinema muto come a un film “vecchio” a cui bisogna avvicinarsi per dovere culturale. Gli diremmo di venire semplicemente a vedere cosa succede.
Perché un cine-concerto è innanzitutto un’esperienza dal vivo: sullo schermo ci sono immagini di cento anni fa, ma in sala, nello stesso momento, c’è il musicista che suona una partitura scritta oggi, un pubblico che reagisce, un’energia che cambia da una proiezione all’altra.
La musica non è un semplice accompagnamento: diventa una seconda voce del film, ne modifica la percezione, sottolinea un gesto, crea tensione, ironia, emozione.
E poi c’è la dimensione collettiva. A casa possiamo certamente vedere un capolavoro del cinema muto in ottime condizioni, ma in sala lo guardiamo insieme ad altre persone e scopriamo che immagini realizzate un secolo fa possono ancora far ridere, emozionare, inquietare o sorprendere il pubblico di oggi.
È forse questa la cosa più bella: accorgersi che tra noi e quelle immagini non c’è poi una distanza così grande. Il cinema muto non chiede di essere studiato prima di essere amato. Chiede soltanto di essere guardato, ascoltato e vissuto».
Gran Festival del Cinema Muto di Milano, il programma dei cine-concerti
Il percorso organizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca comprende sei appuntamenti:
- 2 ottobre, ore 19: Metropolis (1927) di Fritz Lang.
- 13 ottobre, ore 19: La corazzata Potëmkin (1925) di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn.
- 6 novembre, ore 19: Nosferatu (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau.
- 20 novembre, ore 18: College (1927) di Buster Keaton, in collaborazione con il Festival dei diritti dei bambini.
- 30 novembre, ore 19: Una locanda di Tokyo (1935) di Yasujirō Ozu.
- 11 dicembre, ore 19: Preferisco l’ascensore (1923), con Harold Lloyd.
Le proiezioni sono accompagnate dalle musiche originali di Rossella Spinosa, in un percorso che restituisce ai grandi classici del cinema muto una nuova dimensione espressiva.
Per conoscere il programma completo e le informazioni sugli appuntamenti è possibile consultare il sito ufficiale del Gran Festival del Cinema Muto.

