Il cinema come esperienza del tempo, della fine e dell’umano
Il cinema non è mai stato così lento, così radicale, così implacabile: Béla Tarr è stato uno dei pochissimi autori capaci di trasformare la visione di un film in un’esperienza fisica e morale. Il regista ungherese si è spento all’età di settant’anni dopo una lunga malattia, lasciando un’eredità artistica che ha segnato in profondità il cinema contemporaneo. Con opere monumentali come Satantango e Le armonie di Werckmeister, Tarr ha raccontato l’Apocalisse non come evento spettacolare, ma come condizione permanente dell’esistenza.
Cinema come tempo scolpito
Poco conosciuto dal grande pubblico ma venerato dai cinefili di tutto il mondo, Béla Tarr ha sempre concepito il cinema come un’arte capace di «scolpire il tempo», per usare una definizione resa celebre da Andrej Tarkovskij, autore con cui il confronto è inevitabile. Nei suoi film il tempo non è mai funzionale alla trama, ma diventa materia narrativa autonoma: lunghe attese, movimenti minimi, gesti ripetuti fino all’esaurimento. Lo spettatore non assiste, ma attraversa l’immagine, costretto a confrontarsi con la durata e con il peso dell’esistenza.
Le sue inquadrature in bianco e nero, spesso costruite attraverso piani-sequenza di straordinaria complessità, restituiscono un mondo immobile e in decomposizione morale, dove la fine non arriva mai davvero, ma si manifesta come lenta erosione di ogni speranza.
Dagli esordi realistici alla svolta radicale
Nato a Pécs nel 1955, Tarr si avvicina al cinema durante l’adolescenza, realizzando cortometraggi amatoriali che attirano l’attenzione dei Béla Balázs Studios. Grazie al loro sostegno esordisce nel lungometraggio nel 1979 con Nido famigliare, cui seguono The Outsider (1981), Rapporti prefabbricati (1982) e Almanacco d’autunno (1984). Questa prima fase è segnata da uno stile fortemente realista, dall’uso della cinepresa a mano e del colore, e da un’attenzione quasi documentaria ai margini della società ungherese.
Già in questi lavori, tuttavia, emerge la tensione verso una forma più astratta e simbolica. Un passaggio decisivo è la trasposizione televisiva di Macbeth (1982), dove Tarr sperimenta l’uso estremo del piano-sequenza e una messa in scena che anticipa la sua poetica futura.
Satantango e la nascita di un cinema assoluto
Con Dannazione (1988) e soprattutto con Satantango, Tarr compie la svolta definitiva. Il film, lungo oltre sette ore, diventa un’esperienza limite: una narrazione circolare, ipnotica, in cui il tempo sembra collassare su se stesso. È qui che il cinema di Tarr assume una dimensione metafisica e apocalittica, raccontando la fine delle illusioni collettive e il fallimento di ogni promessa di redenzione.
Fondamentale in questa fase è la collaborazione con lo scrittore László Krasznahorkai, Premio Nobel per la Letteratura 2025. Insieme costruiscono un universo narrativo dominato dall’entropia, dalla ripetizione e dall’impossibilità del cambiamento, in cui la Storia non avanza ma ristagna.
Un’Apocalisse quotidiana e senza redenzione
Con Le armonie di Werckmeister, L’uomo di Londra (2007) e infine Il cavallo di Torino (2011), dichiarato dallo stesso Tarr come il suo ultimo film, la sua poetica si fa sempre più essenziale. La fine del mondo non arriva con cataclismi, ma con il buio, il silenzio, l’esaurimento delle forze vitali. È un’Apocalisse quotidiana, priva di catarsi, che dialoga con la filosofia nichilista, con la letteratura mitteleuropea e con una certa tradizione pittorica fatta di paesaggi spogli e figure consumate dal tempo.
L’eredità di un autore irripetibile
La morte di Béla Tarr segna la scomparsa di uno degli ultimi veri autori radicali del cinema europeo. Un regista che non ha mai cercato il compromesso, che ha rifiutato le regole del mercato e che ha sempre chiesto allo spettatore uno sforzo attivo, fisico e mentale. Il suo cinema resta difficile, a tratti respingente, ma profondamente necessario: un cinema che non intrattiene, ma interroga, mettendo in scena la fine come condizione dell’umano.

