Stranger ThingsStranger Things

Il sipario è calato dopo dieci anni, ma Stranger Things ha scelto di non spiegare tutto. Anzi, di lasciare irrisolta proprio la domanda che teneva in piedi l’intera mitologia della serie, trasformando il finale in un congedo emotivo potente ma concettualmente incompleto.

La quinta e ultima stagione di Stranger Things ha chiuso la battaglia contro Vecna, ha neutralizzato il Sottosopra e ha restituito a Hawkins una fragile normalità. Tuttavia, dietro l’apparente compiutezza narrativa, resta una sensazione persistente di vuoto: la serie non spiega fino in fondo da dove nasce davvero il male che ha infestato il suo universo.

L’origine del male resta un mistero

Il nodo centrale riguarda Henry Creel, alias Vecna, e l’origine dei suoi poteri. Nel finale emerge un ricordo chiave: un oggetto misterioso, estratto da una valigetta, entra in contatto con il giovane Henry e innesca il legame con il Mind Flayer. È una rivelazione cruciale, che ribalta l’idea di un semplice controllo del Sottosopra su Vecna e suggerisce una relazione più ambigua, forse simbiotica.

Ma la serie si ferma esattamente lì. Cos’è quell’entità? Da dove proviene? È un artefatto, una forma di vita, un residuo di un’altra dimensione? A queste domande Stranger Things non risponde. E non per distrazione.

Una scelta narrativa consapevole

In un’intervista citata da VarietyMatt Duffer ha chiarito che la spiegazione arriverà in uno spin-off già in sviluppo. «Lo spin-off entrerà nel merito di questa cosa e la spiegherà», ha affermato, sottolineando che si tratterà di una mitologia completamente diversa, con personaggi nuovi e senza legami diretti con la serie madre.

Il finale, dunque, è volutamente incompleto: chiude l’arco emotivo dei personaggi, ma non quello cosmologico del mondo che li ha generati.

Il teatro e i fili lasciati in sospeso

Alcuni indizi erano già emersi nello spettacolo teatrale Stranger Things: The First Shadow, che approfondisce il passato di Henry e il suo primo contatto con il Mind Flayer. Gli stessi Duffer hanno ammesso di aver dovuto «camminare su una linea molto sottile», consapevoli che gran parte del pubblico non avrebbe visto lo spettacolo. Per questo, ribadiscono, la serie doveva funzionare anche senza quel tassello. Ma il risultato è una mitologia percepita come tronca.

Le altre ambiguità del finale

Accanto alla grande domanda irrisolta, restano altre zone d’ombra. Il destino di Undici viene raccontato in modo ambiguo: una scelta voluta, perché il finale è filtrato dallo sguardo dei ragazzi. «Se loro non sanno davvero cosa sia successo, allora nemmeno il pubblico deve saperlo», è il principio che guida la chiusura.

Scompare poi, quasi senza spiegazioni, la minaccia dei militari. Anni di esperimenti, inseguimenti e tentativi di sfruttare i poteri di Undici si dissolvono senza un vero contraccolpo istituzionale. Una linea narrativa che si spegne più per necessità che per coerenza.

E infine Will. Dopo essere stato a lungo un tramite, un “contenitore” come Henry, il suo improvviso ritorno alla serenità dopo la morte del Mind Flayer appare emotivamente rassicurante ma narrativamente poco esplorato. Il legame con l’oscurità si spezza senza lasciare cicatrici visibili.

Un finale che chiude i personaggi, non il mondo

Stranger Things si conclude così: una chiusura umana, non mitologica. I Duffer scelgono di dire addio ai loro protagonisti, ma lasciano deliberatamente aperta la storia del loro universo. La domanda più importante — da dove nasce davvero il male — viene rimandata a un altro racconto, a un altro tempo, a un altro pubblico.

Un addio coerente con lo spirito della serie, ma che trasforma la nostalgia in attesa.