La chiusura di Stranger Things era uno degli eventi televisivi più temuti degli ultimi anni. Dopo quasi un decennio, il rischio di tradire un immaginario collettivo così forte era altissimo. E invece il finale arriva, colpisce e convince: epico ma intimo, spettacolare ma profondamente umano, capace di restituire senso a una storia che nel tempo era diventata molto più di una serie Netflix.
Un finale che riporta la serie alla sua essenza
Il merito principale dell’ultimo episodio è quello di riconciliare Stranger Things con se stessa. Dopo una stagione a tratti eccessiva e sbilanciata sul gigantismo narrativo, il finale recupera il tono che aveva reso la serie un fenomeno globale: avventura adolescenziale, dolore adulto, amicizia come ancora di salvezza. L’eco del cinema di Spielberg, filtrato dal fantasy e dall’horror anni ’80, torna a essere centrale non come citazione, ma come sensibilità.
Non è solo una questione di mostri o dimensioni alternative. È una storia che torna a parlare di crescita, perdita e responsabilità emotiva.
La battaglia finale contro Vecna e il Mind Flayer
Lo scontro conclusivo con Vecna e il Mind Flayer, ormai fusi in un’unica entità mitologica, funziona perché non è soltanto un climax visivo. È il punto d’arrivo di un conflitto interiore costruito fin dalla prima stagione. Undici non combatte più solo con i suoi poteri, ma con la consapevolezza di ciò che è diventata e del peso che porta con sé.
La regia sceglie la misura giusta tra spettacolo e introspezione, evitando l’effetto “boss finale” fine a se stesso. Ogni intervento dei personaggi ha una funzione narrativa ed emotiva precisa, mai gratuita.
Undici, il sacrificio e il senso della perdita
Il momento più forte del finale è senza dubbio il sacrificio di Undici. La scena è asciutta, dolorosa, priva di enfasi superflua. Per qualche istante Stranger Things sembra scegliere la via della tragedia pura, quella di una chiusura definitiva e devastante. Sarebbe stata una scelta legittima, persino coerente.
Ma la serie non è mai stata un racconto che affonda nel buio senza possibilità di ritorno. Ed è qui che il finale compie la sua mossa più intelligente.
L’epilogo: vivere dopo il mostro
Diciotto mesi dopo, Hawkins prova a ricomporsi. Non c’è rimozione dell’orrore, ma una sua integrazione nella vita quotidiana. I personaggi trovano nuove traiettorie: Dustin diventa il portavoce emotivo della serie, Lucas e Max cercano una normalità fragile, Robin e Nancy si emancipano dai ruoli che le avevano definite, Steve accetta la sua vocazione naturale alla cura degli altri.
Hopper e Joyce, finalmente, immaginano una vita ordinaria. Ed è proprio questa normalità conquistata a rendere l’epilogo così potente.
Mike narratore e la possibilità di speranza
Il vero cuore del finale è Mike. Non più solo testimone, ma custode della memoria e narratore. La sua ipotesi su Undici – forse salvata, forse nascosta, forse finalmente libera – non viene confermata né negata. La serie sceglie l’ambiguità come atto di rispetto verso lo spettatore.
L’immagine finale, lontana da Hawkins, immersa nella natura, non è una risposta ma una possibilità. Stranger Things non chiude con una verità assoluta, ma con una speranza adulta, non ingenua.
Perché il finale di Stranger Things funziona davvero
Questo finale riesce dove molti falliscono perché non tradisce i suoi personaggi. Non cerca il colpo di scena a ogni costo, non si oscura artificialmente per sembrare più “maturo”. Rimane fedele al suo spirito originario: parlare di famiglie imperfette, amicizie salvifiche, ferite che non spariscono ma insegnano a vivere.
Hawkins meritava riposo. E anche lo spettatore.

