“81”

L.L. “81”, il progetto con tuo nonno, mi ha colpito profondamente, in quanto anche io sento molto forte il legame con i miei nonni e con la mia terra. Com’è nata quest’idea? Immagino abbia radici profonde. E poi, credi che siano legami (con la terra e con gli anziani, i nonni ndr) che si manterranno per sempre, come fatto innato nell’uomo, o che la velocità li spazzerà via?

I.E. Come è nato? Onestamente, ho sempre avuto l’ambizione di fare il fotografo e di legarmi sempre di più alla natura, quindi cercare di fare il fotografo seguendo una vocazione legata alla natura. Sono nato in campagna, mio zio aveva e ha tuttora i cavalli, sono cresciuto in un contesto che aveva la natura come centro della propria quotidianità. Questo ha fatto sì che la natura diventasse il motore per me. Fin da subito, quando ho iniziato a fotografare nel 2010 più o meno, ho cercato di portare la natura come parte centrale. Successivamente, anche nel video, nei documentari che ho realizzato. È sempre stato un motore che ho tentato di avere perennemente acceso.

Ci sono stati dei momenti più complessi, tra questi quando mio zio, il figlio di mio nonno, morì. Prima fece un incidente e rimase paraplegico, poi morì in un altro incidente. Questo fece sì che il legame tra me e mio nonno diventò molto più profondo, più stretto; anche prima lo era ma è diventato ancora più forte, indissolubile. Mio nonno ha sempre fatto il contadino ma è sempre stata anche una persona estremamente appassionata di storia, di letteratura e di piante. Ha sempre avuto una vocazione verso queste materie, e mi parlò in maniera totalmente leggera, spontanea di questi alberi che risiedevano nella nostra terra, tra Emilia-Romagna e Toscana. Quindi abbiamo iniziato a fotografarli.

Di giorno entrambi lavoravamo: mio nonno faceva ancora il contadino, io ero spesso in ufficio e diventava difficile. Quindi abbiamo deciso di farlo di notte, semplicemente perché il tempo era di più. Questo progetto parte nel 2017, io dal 2016 avevo iniziato a viaggiare nell’Artico. Non ti nascondo che il tempo della notte mi faceva rivivere il tempo dell’Artico: c’era questo tempo sospeso, soprattutto nel periodo invernale che fa buio alle cinque di pomeriggio. Per noi voleva dire partire alle tre e mezza, quattro massimo, e viaggiare due ore in macchina, due a piedi e trovarsi sotto un albero per due ore per fotografarlo, poi tornare a casa. Ti trovavi in un tempo sospeso, fuori da ogni regola, in dei posti in cui non incontravi quasi mai nessuno, quindi è diventato un legame molto forte. Ancora adesso lavoriamo spesso insieme, abbiamo mantenuto un gran bel rapporto. A volte i tempi sono un problema perché si viaggia a una velocità in costante aumento. Dal mio punto di vista, se ci sono legami davvero profondi può entrare in gioco qualsiasi cosa ma non c’è paragone come forza interiore. Se tu hai un legame con una persona hai una forza interiore che, se anche i tempi e lo stile di vita futuro saranno più caotici, ti permetterà di uscire da quel binario e ricavare del tempo per i legami che contano davvero.

Il documentario

L.L. Vedi lo strumento del documentario come pura informazione, quindi come reportage, o come qualcosa in più, quasi di narrativo?

I.E. Dipende. Negli ultimi due anni sono stato quattro volte in Amazzonia e lì ho fatto due documentari. Uno con 3BMeteo sul cambiamento climatico e sulla mano dell’uomo in questa Terra, quindi vedi proprio quanto questo territorio stia cambiando, quanto gli incendi e la soia abbiano toccato un territorio veramente immacolato. L’altro documentario che ho fatto riguarda le noci amazzoniche. Abbiamo percorso tutto il Rio delle Amazzoni dalla sorgente fino alla foce, dal Perù alla Bolivia alla regione Amapá del Brasile, per cercare di dare una spiegazione a cosa siano queste piante e quanto sia importante per loro l’equilibrio della Foresta; anche quante siano le comunità che vivono grazie a questo frutto.

Quello che cerco di fare con i documentari è sempre dargli un legame molto profondo con l’aspetto naturale e con l’importanza ambientale. Cerco di dargli un aspetto narrativo con una regia che venga, indicativamente, seguita nel tempo, poi magari subisce delle modifiche per il luogo in cui mi trovo perché il documentario che vado a fare è molto legato al reportage, quindi è ovvio che ci sono tantissimi aspetti che saprò solo quando mi troverò sul campo, saprò solo lì se li incontrerò o meno. Quindi, è ovvio che scrivo una regia che vada seguita ma sono consapevole che potrà subire delle modifiche proprio perché il documentario che vado a fare, finora, ha avuto un linguaggio molto legato al fotogiornalismo, quasi.

Ad esempio in “Missione Amazzonia” di 3BMeteo avevamo un fixer che aveva già preso contatti, una biologa e giornalista, Emanuela Evangelista, che vive in Amazzonia e che ci ha aiutati. Tante problematiche emergono prima, altre sai solo dopo se le incontrerai davvero. Tutti questi aspetti fanno la differenza.