Andrea Maddalena Bernardi è una regista nata nel 1998 ed è laureata alla Ca’ Foscari in Beni culturali e alla IULM in Cinema e Nuovi Media.

L. L. Perché fai cinema? Cosa significa per te?

A. M. B. Non ho una risposta. Quantomeno non univoca.

Mi sono sempre annoiata molto facilmente e il cinema, in qualche modo, trova una soluzione. Creo altre situazioni, altre persone, altri dialoghi che magari nella mia realtà non vivrei mai. Mi piace proiettarmi altrove, dentro queste storie. Mi piace non avere una sola scelta di vita, ma mille altre possibili.

Non fraintendermi: non è noia nel senso più comune del termine. Non è semplicemente il bisogno di avere sempre qualcosa da fare. È più una difficoltà ad accettare che una vita possa essere soltanto una cosa, che esista una sola possibilità di essere, di scegliere, di vivere.

Forse faccio cinema proprio per questo. Perché mi permette di moltiplicare le possibilità.

L. L. In “Mela bacata” è presente la componente di non prendersi sul serio, che per me è importantissima, non so se tu abbia un pensiero a riguardo. E poi volevo agganciarmi al corto per parlare del rapporto oggetto culturale-attualità (istruzione e amicizia).

A. M. B. Non mi piace appesantire quello che è già pesante, non mi piace il dramma sul dramma, non mi piacciono i “pipponi”. L’ironia invece mi piace, quasi sempre.

Per me però non prendersi sul serio non significa necessariamente non prendere sul serio quello di cui si sta parlando. Anzi, forse è proprio il contrario. L’ironia mi permette di avvicinarmi a cose che, se affrontate frontalmente, rischierebbero di diventare troppo didascaliche o troppo pesanti. È un modo per guardarle da una certa distanza e, proprio per questo, riuscire magari a vederle meglio.

In “Mela bacata” mi interessava molto questo equilibrio. Partire da qualcosa che può sembrare quasi assurdo, leggero, persino ridicolo, per parlare invece di cose che leggere non sono: l’istruzione, il rapporto tra le persone, l’amicizia, il modo in cui ci formiamo e in cui impariamo a stare insieme agli altri. Credo che un oggetto culturale non possa davvero essere separato dal momento in cui viene prodotto. Anche quando non nasce con l’intenzione esplicita di raccontare l’attualità, finisce inevitabilmente per assorbirla. Mela bacata nasce anche da questo: dall’osservazione di un certo modo contemporaneo di vivere la scuola, le relazioni e la formazione, ma senza volerlo trasformare in un discorso “sulla scuola” o “sull’amicizia”.

L. L. “L’oracolo” è un corto forte, con un focus preciso. Credi nella potenza che anima Pizia e poi Teresa? O è più qualcosa di simbolico?

A. M. B. Credo nella capacità che hanno i bambini di trasformare le cose e attribuire loro un significato diverso. In questo caso Teresa vede la madre interpretare Pizia, la vede forte, quasi invincibile, e decide di appropriarsi di quella figura.

Quello che mi interessa non è tanto la magia dell’oracolo, quanto la fantasia come possibilità di reagire a qualcosa di reale. Teresa non può cancellare quello che è successo, però può trasformare quello che ha visto e usarlo per trovare il coraggio di ribellarsi.