L. L. Anche in “Tana libera lupo” c’è il tema della famiglia e dell’infanzia. È qualcosa a cui sei legata?
A. M. B. Sì, moltissimo. Anzi, a volte penso che vorrei fare cinema solo di formazione, solo con i bambini. Sono affascinata dal loro modo di essere vicini alle cose. Non hanno ancora esperienza del mondo, ma forse proprio per questo riescono a guardarlo in un modo che noi adulti perdiamo. Sono meno distratti dalle responsabilità, dalle aspettative, dal dover essere qualcosa. Mi sembra che siano molto più vicini al mondo di quanto lo siamo noi. Lo guardano, lo prendono per quello che è e spesso riescono a cogliere cose che noi, crescendo, impariamo a non vedere più. E poi mi interessa molto quel momento in cui iniziano a capire che il mondo non è esattamente quello che pensavano fosse. Credo che sia lì che inizi davvero la formazione: quando qualcosa si rompe e devi decidere cosa farne.
L. L. Comunque come corto è molto intenso, anche i colori secondo me giocano un ruolo importante. È un tema legato all’infanzia o è una cosa più naturale, quasi imprevista perché connaturata nel tema dell’infanzia?
A. M. B. C’è qualcosa di triste nella scelta di non utilizzare colori accesi, forti, quelli che associamo normalmente all’infanzia. Forse perché io l’infanzia la vedo proprio così: indefinita, sbiadita, come qualcosa che ricordiamo ma che non possiamo più afferrare completamente.
Non volevo quindi necessariamente costruire un’immagine “infantile” attraverso i colori. Mi interessava più quella sensazione che rimane quando ripensi a qualcosa che hai vissuto da bambino: non è nitida, è fatta di frammenti, sensazioni, colori che forse non sono nemmeno quelli reali, ma quelli che il ricordo ha deciso di conservare.
L. L. Hai qualche progetto futuro di cui vuoi parlare?
A. M. B. Al momento mi sto concentrando sul mio primo progetto di lungometraggio. Sto partecipando ad alcuni percorsi di sviluppo del trattamento e spero di riuscire a portarlo a film in un futuro vicino.
Parallelamente, mi piacerebbe anche aprire una mia casa di produzione. Sto iniziando proprio in questo periodo a capire quali siano i primi passi da fare per costruire anche questo progetto.
L. L. Quando intervisto i registi la mia ultima domanda è sempre: quali sono, secondo loro, i giovani prospetti del cinema italiano.
A. M. B. Tristi.
Però siamo anche in un mondo in cui hai tutti gli strumenti per fare. Anche senza avere un budget o una produzione alle spalle, se lo fai per passione e non nella speranza di ricevere necessariamente un compenso indietro, qualcosa puoi fare.
Nel piccolo, certo, ma puoi fare.
Se non avessi i miei amici che mi seguono nei progetti senza budget e senza promesse, probabilmente non farei nulla. Il cinema non lo si fa da soli. E forse è proprio da lì che bisogna partire: trovare delle persone che abbiano voglia di fare le cose insieme, anche quando non ci sono grandi mezzi.
Poi magari un giorno arrivano anche quelli.
