Come Noah Baumbach reinventa il road movie attraverso lo sguardo fragile e umano della star Jay Kelly
Trama e temi principali del film
Jay Kelly racconta il percorso imprevisto di una celebre star del cinema, interpretata da George Clooney, che intraprende un viaggio lampo insieme al suo devoto manager Ron, interpretato da Adam Sandler. Quella che sembra una semplice parentesi lavorativa si trasforma presto in un itinerario interiore: i due uomini sono costretti a confrontarsi con le scelte fatte, con i rapporti insanati e con l’ombra dell’eredità personale e professionale che ciascuno teme di lasciare. In massimo 500 battute e senza spoiler: il film segue la fuga di Jay dalle pressioni della fama e il tentativo di ritrovare un senso autentico nella relazione con le persone che contano, attraversando l’Europa fino alla Toscana, dove il viaggio prende una piega più intima e rivelatrice.
Questa premessa, semplice solo in apparenza, apre le porte a una narrazione emotiva che fonde ironia, malinconia e contemplazione, uno dei marchi stilistici più riconoscibili di Baumbach.
Le location toscane: un set naturale di straordinaria forza visiva
Tra i grandi protagonisti del film in onda su Netflix ci sono i paesaggi italiani, che Baumbach esplora con sensibilità pittorica. Le riprese del maggio 2024 hanno coinvolto alcune tra le località più iconiche della Toscana, valorizzate senza mai cadere nell’oleografia.
Montecatini Terme, con la sua stazione ferroviaria sospesa tra modernità e memoria, diventa un crocevia emotivo.
Il Teatro Petrarca di Arezzo restituisce un senso di classicità e radicamento culturale, dialogando con i temi del film.
I borghi senesi – Pienza, San Quirico d’Orcia, Montalcino e la Tenuta Argiano – offrono invece un contrappunto visivo fatto di morbide colline, pietra antica e silenzi profondi.
Infine Pitigliano, con la sua scenografia naturale scolpita nel tufo, amplifica il senso di sospensione, quasi metafisico, che segna il cammino del protagonista.
In Jay Kelly la Toscana non è sfondo, ma linguaggio narrativo.
Le scelte registiche di Noah Baumbach
Baumbach affronta il tema della celebrità con la delicatezza che contraddistingue i suoi migliori lavori. Lo fa attraverso un’estetica che richiama, per atmosfere e ritmo, il cinema di Alexander Payne e alcune suggestioni di Lost in Translation, pur mantenendo una forte identità autoriale.
Il regista impiega tempi dilatati, dialoghi misurati, luci naturali e un uso della macchina da presa che privilegia il movimento interno ai personaggi più che lo spettacolo esterno. Lo stile diventa così un’analisi della solitudine che l’immagine pubblica impone, aprendo una finestra sulle zone d’ombra che l’industria tende a occultare.
Il film ricorda, per certi tratti, il cinema europeo introspettivo degli anni ’70 e alcune opere di Wim Wenders, dove il viaggio diventa metafora dell’identità in crisi. L’intera narrazione trova un equilibrio tra introspezione, tenerezza e frammenti di ironia, tipici della scrittura baumbachiana.
Cast stellare e interpretazioni
Oltre ai due protagonisti, il film vanta un cast internazionale imponente: Alba Rohrwacher, Laura Dern, Billy Crudup, Riley Keough, Grace Edwards, Stacy Keach, Jim Broadbent, Patrick Wilson, Eve Hewson, Greta Gerwig, Josh Hamilton, Lenny Henry, Emily Mortimer, Nicôle Lecky, Thaddea Graham, Isla Fisher, Louis Partridge.
Clooney offre una delle sue performance più sfumate degli ultimi anni, sospesa tra carisma e vulnerabilità. Sandler conferma la sua capacità di passare dal comico al drammatico con naturalezza sorprendente. Le apparizioni corali sono costruite come incontri di un viaggio iniziatico, elementi che arricchiscono la trasformazione dei protagonisti.
Sceneggiatura, dialoghi e struttura narrativa
La scrittura alterna momenti di leggerezza ad altri di grande profondità emotiva. I dialoghi – talvolta sussurrati, talvolta taglienti – accompagnano i protagonisti verso un confronto necessario con il proprio passato. Baumbach lavora su una struttura da road movie che si apre progressivamente, come se ogni tappa fosse un tassello ulteriore della presa di coscienza di Jay.
È un film che si interroga su cosa significhi essere visti, acclamati, imitati, e allo stesso tempo profondamente soli.
Montaggio, fotografia e colonna sonora
Il montaggio predilige un ritmo contemplativo, funzionale al tono intimista dell’opera. La fotografia abbraccia i chiaroscuri, sfruttando toni caldi e profondi soprattutto nelle scene toscane, dove l’immagine diventa quasi pittorica. La colonna sonora, discreta e calibrata, accompagna l’evoluzione del viaggio senza sovrastarla, con un uso sapiente del silenzio come elemento narrativo.
Perché Jay Kelly parla allo spettatore di oggi
In un’epoca dominata da celebrità iper-esposte e da identità social costruite a tavolino, Jay Kelly riflette sul prezzo della visibilità e sulla difficoltà di restare autentici. Il film riesce a generare un’emozione sincera e invita lo spettatore a interrogarsi sulla propria immagine pubblica e privata.
La domanda che Baumbach pone è chiara: cosa resta davvero di noi quando le luci si spengono?
E, soprattutto, quanto siamo disposti a mettere in discussione per ritrovare noi stessi?
Uno sguardo finale sul valore dell’opera
Jay Kelly riesce nell’intento di unire spettacolo, riflessione e un’ambientazione italiana valorizzata con rispetto. È un film che non cerca colpi di scena, ma verità interiori. E per questo, tocca.

