Libro James BondLibro James Bond

James Bond non è soltanto un personaggio letterario o cinematografico. È un simbolo culturale che attraversa generazioni, cambiando volto ma mantenendo intatta la sua forza narrativa. Nato nel 1953 dalla penna dello scrittore britannico Ian Fleming, l’agente segreto più celebre del mondo ha conquistato il cinema dal 1962, quando Sean Connery lo interpretò per la prima volta sul grande schermo. Da allora 007 è diventato una delle icone più riconoscibili della cultura pop internazionale.

A raccontarne il fascino, tra letteratura, cinema e immaginario collettivo, è il giornalista Carlo Baroni, autore del libro Essere James Bond. Nel volume Baroni esplora la storia del personaggio, il rapporto tra l’autore e la sua creatura e il modo in cui Bond ha saputo trasformarsi nel corso dei decenni senza perdere la propria identità. Tra curiosità, riferimenti culturali e riflessioni sull’evoluzione del personaggio, il libro prova a decodificare il DNA dell’agente segreto più famoso del mondo.

Baroni, nato a Vanzago nell’hinterland milanese nel 1960, è giornalista dagli anni Ottanta e ha lavorato per Avvenire e Corriere della Sera. Da sempre appassionato dell’universo di 007, nel suo nuovo libro propone un viaggio tra aneddoti, cinema e letteratura per raccontare come sia nato e cresciuto uno dei miti più longevi dell’immaginario contemporaneo.

Lo abbiamo intervistato per parlare di Bond, del suo autore e del rapporto tra la spia britannica e il nostro tempo.

James Bond è nato nel 1953 dalla penna di Ian Fleming, ma continua a parlare al pubblico contemporaneo. Qual è, secondo lei, il vero segreto di questa longevità? È solo questione di fascino e azione o c’è qualcosa di più profondo nel suo DNA narrativo?

«Credo che il segreto sia legato al fatto che molti, in fondo, si riconoscano in questo personaggio. A partire dall’autore stesso, Ian Fleming, che in Bond incarnava ciò che avrebbe voluto essere. Fleming era un uomo tormentato e riuscì a trasmettere questo sogno attraverso il suo alter ego immaginario: l’eroe impavido, capace di affrontare qualsiasi pericolo e anche di essere un conquistatore. In un certo senso, specchiarsi in James Bond è gratificante per tutti. Anche per il sottoscritto. Poi, naturalmente, dobbiamo fare i conti con i nostri limiti: Bond resta un modello ideale, qualcosa a cui aspirare più che qualcosa che possiamo davvero essere».

Nel libro lei prova a raccontare non solo la spia, ma anche l’uomo dietro il mito e lo scrittore dietro il personaggio. Che cosa scopre il lettore di nuovo su Ian Fleming e su quel rapporto sottile tra biografia e finzione?

«Nei film spesso emergono soprattutto gli aspetti più duri: il killer, l’eroe spietato che non guarda in faccia a nessuno. In realtà Bond è un personaggio molto più profondo e tormentato, e proprio per questo ci si identifica facilmente in lui. L’idea del libro era raccontare James Bond come se fosse un personaggio reale, con una biografia, e Ian Fleming come se fosse un personaggio letterario. Alcune cose si sanno: Bond nasce da padre scozzese e madre svizzera, resta orfano a undici anni, viene cresciuto da una zia antropologa e studia nei collegi più esclusivi d’Inghilterra, da cui però viene espulso perché poco disciplinato. Poi entra nei servizi segreti. Ho provato anche a risalire alle origini del cognome Bond. Fleming diceva di aver scelto un cognome semplice, ma scavando nella storia si scopre che in Scozia, alla fine del Seicento, esisteva una famiglia Bonda legata al clan dei McDonald, sterminata dagli inglesi. Non è un dettaglio irrilevante se pensiamo a Skyfall, quando alla fine del film Bond torna in Scozia. A Londra esiste poi Bond Street, una sorta di Montenapoleone britannica, che prende il nome da Sir Thomas Bond, baronetto del Seicento. Il suo motto era “Il mondo non è abbastanza”, che è diventato anche il titolo di un film della saga».

Da Sean Connery fino alle interpretazioni più recenti, Bond ha cambiato volto molte volte. Se dovesse individuare l’attore che meglio ha incarnato lo spirito originario di 007, quale sceglierebbe e perché? E cosa raccontano queste trasformazioni dell’evoluzione della società occidentale?

«Non scelgo la risposta più ovvia, cioè Sean Connery. Per me l’attore che ha incarnato meglio Bond è Timothy Dalton. Ha girato solo due film, che non ebbero un grande successo, ma erano davvero ottimi. Dalton assomigliava molto al Bond dei romanzi anche nei tratti somatici. Se invece guardiamo al carattere del personaggio, direi Daniel Craig. Anche se ha una faccia da hooligan, nei suoi film emerge un uomo tormentato e complesso, molto più vicino al Bond immaginato da Fleming».

Nel libro intreccia cultura pop, riferimenti colti – da Umberto Eco alle icone come l’Aston Martin – e dettagli simbolici come il celebre “agitato, non mescolato”. Quanto conta l’estetica nell’universo di Bond e perché è diventata parte integrante del suo mito?

«In realtà quelli che sembrano vizi – bere, guidare auto lussuose, frequentare donne bellissime – nel mondo di Bond diventano quasi delle virtù. È un modo per esaltare la bellezza. Bond è un personaggio che vive circondato da ciò che è bello: auto straordinarie, luoghi eleganti, donne affascinanti. Non è semplicemente ostentazione di lusso. È come se, di fronte alle brutture del mondo, Bond volesse dimostrare che esiste anche la bellezza e che vale la pena celebrarla».

Lei è nato nell’hinterland milanese e ha attraversato da giornalista decenni di trasformazioni culturali. Che cosa rappresenta James Bond per la sua generazione, cresciuta tra Guerra fredda e boom economico, e perché oggi può ancora affascinare anche i più giovani?

«Bond è un personaggio trasversale, e lo dimostrano anche i continui successi al cinema. Ha la capacità di adattarsi ai cambiamenti e, a volte, persino di anticiparli. Pensiamo ai cattivi dei film o alle organizzazioni come la Spectre, entità sovranazionali che cercano di controllare il mondo: idee che oggi ci sembrano familiari. Oppure al fatto che il capo dei servizi segreti britannici nei film sia diventato una donna, cosa che oggi è realtà. Bond continua ad affascinare anche i giovani perché riesce a interpretare il tempo in cui vive. Non è un personaggio d’antiquariato. Anche negli anni Sessanta seppe parlare al pubblico di allora e oggi continua a evolversi. Adesso si attende la scelta del nuovo attore: sarà interessante capire come il personaggio verrà reinterpretato per il pubblico di oggi».

Bond e Milano: una possibile missione italiana

Nel mondo dei romanzi di Fleming esiste anche un piccolo legame con Milano. «In realtà Bond passa da Milano una volta nei libri», racconta Baroni. «Accade in Dalla Russia con amore: l’Orient Express che parte da Istanbul attraversa anche la stazione Centrale di Milano».

Un dettaglio minimo nella saga, ma sufficiente per immaginare un futuro cinematografico tra i grattacieli della città. «La nuova Milano, quella di CityLife o di Porta Nuova, con piazza Gae Aulenti e i suoi skyline moderni, sarebbe perfetta per Bond», osserva Baroni. «È una città elegante, molto trendy, piena di negozi alla moda e di locali. E poi c’è la tradizione dell’aperitivo: sono sicuro che Bond si troverebbe molto bene».