Il documentario
“Scrivo ad alta voce” è un documentario su Roberta Dapunt realizzato da Pier Paolo Giarolo e Antonio Dalla Palma. La poetessa si racconta in prima persona, intervallata da musica e scorci del suo paesaggio natale, la Val Badia. Grazie alle sue origini la poetessa compone versi in italiano e in ladino.
Il titolo è molto esplicativo: nel narrarsi, Roberta Dapunt confessa di comporre le sue poesie ad alta voce. Ad ogni parola aggiunta riscrive e rilegge tutto da capo, dando un’intonazione e un’enfasi importanti, come se si trovasse dinanzi ad un pubblico. L’opera di ripensamento completo rende ogni poesia compiuta una volta terminata.
Nel girato la voce della poetessa si alterna tra letture di testi e racconti. Da qui emergono diversi elementi importanti, come la finestra o la stalla con il suo “ruminare”.
La vita di Roberta Dapunt
Centrale è il vissuto della poetessa nel documentario. Il marito è una figura chiave, che con la sua scultura influenza l’arte della donna. La suocera, poi, è importantissima, è la “madre” di casa e il suo declino a causa di una malattia neurodegenerativa cambia tutto l’ambiente abitativo. In questa fase viene evidenziata l’importanza della dignità, tanto per il malato, quanto per chi lo assiste.
Le origini, poi, sono molto importanti perché segnano per sempre i versi della poetessa e vengono riprese anche a distanza di molti anni. La poesia, dal rapporto con gli altri poeti e con la poesia in sé, è ripresa in tutto il girato. L’arte viene percepita anche nelle immagini perché la casa è piena di sculture, di disegni, di fogli sparsi e di libri lasciati aperti.
Il più
Perché questo documentario è importante? Perché i poeti meritano visibilità, gli intellettuali che possono fare da guida alle persone hanno bisogno di spazi e di strumenti con cui fare da guida alla comunità. Raccontarsi in tutta la propria complessità, spogliare la propria poesia e ridurla all’osso davanti a una telecamera non può che essere apprezzato dal lettore. Conoscere chi sta dietro l’opera completa l’opera, e questa manca in un panorama letterario sempre più ricco di libro ma sempre meno popolato da scrittori competenti e veri poeti.
La poetessa definisce “anime sante” alcune figure emblematiche del suo vissuto. Queste icone sono usate in modo rappresentativo per impersonare un concetto. Ecco che il poeta, attraverso il documentario, dovrebbe fare la stessa cosa: guidare il cittadino con il suo esempio.

