La trama
Sobibor è stato un campo di concentramento nella seconda guerra mondiale. Il campo era piccolo adatto per la fuga di massa che poi avvenne.
All’arrivo dei convogli si prospettava una nuova vita per gli ebrei che scendevano dai treni. Venivano divisi in due gruppi: uno che comprendeva i lavoratori utili in certi ambiti, gli altri sarebbero subito finiti sotto le docce. Vi erano falegnami, orefici, sarti e altri lavoratori. A questi il terrore è imposto con il metodo della decimazione, grazie all’arrivo continuo di nuova forza lavoro. Questo metodo costringe alcuni a denunciare i sovversivi, così che nessun innocente venga ucciso.
In questo clima doppiamente teso entra il gioco colui che diverrà il leader della rivolta. Un piccolo gruppo di detenuti arrivati da Minsk, ex membri dell’Armata Rossa, entrano nelle fila del movimento di ribellione. Serve un nuovo capo perché nessuno ha la stoffa e le conoscenze militari per esserlo. Il capo dei soldati sovietici è l’uomo perfetto.
La crudeltà
Un giorno gli internati accolgono un nuovo convoglio, ma le carrozze sono piene di morti provenienti da un altro campo. Il campo è stato smantellato e i morti inviati ai forni crematori di Sobibor. Un uomo moribondo rivela che quel campo sarà il successivo.
La sera vi è una festa con altri soldati e vengono uccisi molti ebrei in una giostra finale. Quasi tutti i resistenti sopravvivono e il giorno dopo attuano il piano. Attirano uno alla volta i vari ufficiali dal sarto e li uccidono. Gli altri vanno ad ammazzarli nelle loro postazioni.
L’allarme suona e con le armi che hanno recuperato provano ad uccidere i militari e a fuggire dal cancello principale. Il piano riesce, parzialmente, perché molti rimangono uccisi sul posto dalle mitragliatrici delle SS. In 500 fuggono, 150 vengono riconsegnati dalla popolazione civile. Il campo venne chiuso dal comando del Reich a causa del disordine.
Il comandante del lager, solo ferito, venne condannato all’ergastolo dopo la guerra e morì in carcere. Il comandante russo degli insorti attraversò il confine e combatte con i russi. Morirà di vecchiaia, senza che la sua azione eroica gli sia riconosciuta. Un giovane resistente emigrò in Brasile dove uccise, presumibilmente, 18 ufficiali emigrati.
L’efficacia della pellicola
Ovviamente basato su spunti reali, regge bene alle critiche sula realtà. Essendo un campo piccolo l’organizzazione e la fuga dell’intera popolazione era possibile. Non vi sono azioni eroiche che risultano eccessive, alla Rambo, o irreali.
La crudeltà nazista è ben presente e drammatica. Gli ufficiali, poi, sono tutti caratterizzati da problemi psicologici: alcolismo, mania di protagonismo, problemi con il padre.
È un film toccante, che ci mostra la forza e la difficoltà del resistere in un contesto così difficile.


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