Una di famigliaUna di famiglia

Il thriller psicologico Una di famiglia – The Housemaid utilizza una struttura apparentemente classica per insinuarsi in un territorio più scomodo: quello del potere esercitato in modo silenzioso, elegante, socialmente accettabile. Il film diretto da Paul Feig, adattamento del romanzo bestseller di Freida McFadden, non punta sul colpo di scena come fine ultimo, ma sulla lenta costruzione di un disagio che nasce dalla normalità.

Una casa perfetta, un lavoro ideale, un’occasione di riscatto. Tutto è talmente levigato da risultare immediatamente sospetto.

La casa come dispositivo di potere

La villa dei Winchester non è solo un’ambientazione: è un meccanismo narrativo. Gli spazi sono ampi, luminosi, ordinati, ma proprio questa perfezione diventa opprimente. La casa osserva, ingloba, controlla. È un luogo che promette sicurezza ma impone obbedienza, dove ogni gesto è regolato da dinamiche di classe non dichiarate ma costantemente operative.

Il film lavora per sottrazione: niente eccessi visivi, nessun barocchismo registico. Feig sceglie una messa in scena fredda, quasi neutra, lasciando che siano i rapporti umani a generare tensione. Il vero conflitto non è ciò che accade, ma chi ha il diritto di decidere cosa è normale.

Sweeney e Seyfried: corpo e maschera

Sydney Sweeney costruisce un personaggio esposto, vulnerabile, sempre sul punto di essere definito dagli altri. Il suo corpo diventa terreno di proiezione: bisogno, desiderio, sospetto. Millie non è una semplice vittima, ma una figura che incarna l’asimmetria sociale, la fragilità di chi entra in un sistema già scritto.

Di contro, Amanda Seyfried lavora sul controllo. Il suo personaggio è una superficie impeccabile dietro cui si nasconde una violenza sottile, mai esplicita, sempre giustificabile. È qui che il film trova la sua dimensione più interessante: il dominio non ha bisogno di urlare, basta che sia legittimato dal contesto.

Un thriller che sceglie l’insinuazione

Chi cerca una narrazione esplosiva resterà parzialmente deluso. Una di famiglia preferisce insinuarsi piuttosto che sorprendere. La tensione è costante ma trattenuta, più psicologica che narrativa. Alcuni snodi risultano prevedibili, ma il film compensa con un sottotesto che parla di classi sociali, di identità manipolate, di ruoli imposti.

Il riferimento a Un piccolo favore è inevitabile, ma qui Feig rinuncia quasi del tutto al gioco ironico per abbracciare un tono più cupo e lineare. Non sempre riesce a spingersi fino in fondo, ma quando lo fa il film colpisce nel segno.

Il vero segreto dietro le porte chiuse

Il film suggerisce che il vero pericolo non sia il singolo segreto, ma il sistema che permette ai segreti di esistere indisturbati. La casa Winchester diventa così una metafora del privilegio: chi sta dentro decide le regole, chi entra deve adattarsi o soccombere.

Non è un thriller rivoluzionario, ma è un film che lavora per sintomi, lasciando emergere una critica sociale forse involontaria, ma efficace. Ed è proprio lì che trova il suo valore aggiunto.

Genere: thriller psicologico

Regia: Paul Feig

Voto: 6,5/10