Roberta Dapunt è una poetessa nata nel 1970 in Val Badia. Scrive i suoi testi in italiano e in ladino. Su di lei è stato realizzato il documentario “Scrivo ad alta voce” su cui si basa l’intervista.

L. L. Vorrei partire dal rapporto tra poesia e cinema. Secondo te ci sono connessioni o solo punti di incontro, come i documentari?

R. D. C’è un punto d’incontro tra l’iconografia dello schermo e la forza evocativa della poesia, un legame invisibile in cui le due realtà si sovrappongono e dialogano. La realtà vista attraverso la lente del cinema d’autore, può trasformarsi in versi, così come i versi possono riflettersi nello sguardo del cinema d’autore. Il profondo intreccio tra linguaggio poetico e visione cinematografica è stato esplorato e reso vivo da molti grandi maestri della storia.

L. L. Quando hai raccontato come componi realizzi le tue poesie, scrivendole ad alta voce, mi è subito venuta in mente un’azione simile: il recitare. C’è una connessione? Potremmo definire il tuo “scrivere ad alta voce” come il tuo personale “ruminare”?

R. D. Ripeto i versi mentre scrivo, le parole, i versi. Scrivo ad alta voce, ogni verso si ripete più volte durante la scrittura e riscrittura. Succede una litania delle parole e la voce è il contrappunto. È per me una disciplina, un esercizio costante, che trasforma il monologo interiore in un dialogo riflessivo. Mi metto in ascolto, ecco. Amo il termine “ruminare”, perché celebro la lentezza e la riflessione. La scrittura poetica non è un consumo di idee, ma una lenta trasformazione del pensiero. Scrivere ad alta voce diventa allora un metronomo di questo processo, che richiede tempo. Il ruminare appunto, che assorbe tempo e silenzio.

L. L. Io credo che i poeti, i registi, gli artisti in generale, dovrebbero essere “Le anime sante”, le guide, della società. Sei d’accordo?

R. D. Le anime sante sono per me tutte quelle persone che non percepiamo nella nostra quotidianità. Mentre vediamo e ascoltiamo ciò che si fa vedere e ascoltare, c’è la dimensione dell’invisibile e del silenzio. Ecco, dentro a questa dimensione c’è l’essere umano. Abbiamo perso la conta dei morti, tra migrazioni irraccontabili e guerre che dilagano e si diffondono. Eppure sono persone che avevano un nome, una provenienza, il diritto a questo mondo. Sentimenti ed emozioni, l’ingiustizia di non poterli rivendicare. Sono loro le anime sante.

L. L. La poesia deve essere vera e testimoniare il nostro tempo. Nel documentario c’è un parallelismo con la Storia: descrivi la poesia come arricchimento della Storia. “Il giornalista è uno storico del presente” diceva Eco. Che cos’è il poeta? Soprattutto ora che la poesia è, diciamo, decaduta.

R. D. La poesia non è decaduta. Mentre il giornalista è uno storico del presente, il poeta testimonia la sua origine e lo sguardo che ne scaturisce. La domanda corrente è: qual è il ruolo della poesia. E questa è una domanda incurante di colui o colei che scrive la poesia. Semplicemente non ci si dà pensiero del poeta. Posso rispondere alla domanda: chi è il poeta. È quella persona che dà un ruolo alla poesia, quello di essere un passaggio, una via di penetrazione nelle profondità della coscienza. Poeta è quella persona che compone il tramite col sacro, muove le emozioni, perché è testimone del suo tempo.

L. L. La poesia deve andare oltre il ricordo, trascenderlo. Il ricordo è la base di ognuno ma non può essere l’arrivo. Sei d’accordo?

R. D. La poesia è una comunicazione, offre la possibilità a chi la scrive di rendere partecipe chi l’accoglie, di un contenuto mentale e spirituale. Per sua natura la poesia è dappertutto, non ha limiti e non ha confini da volere o poter superare. Questo per l’ovvietà e l’intuitività della sua esistenza, essa indica sempre un’esperienza sensibile che va oltre. E per questo motivo la poesia non avrà destinazione e traguardo, se non il merito di essere letta e ricordata. Il resto spetta ad ogni lettore, attento e meno attento, che crede o meno alla scrittura che ha davanti.

L. L. Spesso intervisto giovani registi e chiedo sempre loro chi potrebbero essere, in futuro, dei grandi nel cinema. A te vorrei ampliare la domanda anche alla poesia.

R. D. I giovani registi, così come i giovani poeti, non devono essere l’eco dei nomi filtrati dal tempo e dalla storia. Consiglio loro di essere se stessi, abbiano fiducia nelle proprie qualità, credano nel proprio potenziale. Usino piuttosto la storia come lente per mettere a fuoco il presente, lo imprimeranno nelle loro opere, siano esse versi o fotogrammi.

La fotografia in copertina è di Lea Menges.