L. L. La forza di questo lavoro credo sia data dalla sua crudezza nel raccontarci la realtà. Perché, secondo la tua esperienza, le persone comuni evitano questi temi?
G. S. Questo film mi ha fatto scoprire che ci sono tantissime persone in Italia attente a temi sociali e che
fanno volontariato (credo che siamo il paese con più volontari in Europa da verificare). E questa è
una cosa bellissima. Ci sono anche tante persone che però questo mondo non lo vedono. Forse è
più facile voltarsi dall’altra parte invece che affrontare questa ferita aperta che è anche la
conseguenza di un fallimento collettivo di una società sempre più individualista. Ed è anche vero
che magari si ha paura ad avvicinarsi a persone che vivono in situazioni di così grande disagio
perché a volte possono essere violente verbalmente e nei modi. Credo che San Damiano dia
l’opportunità di avvicinarsi a questo mondo, di iniziare a capirlo e conoscerlo. La conoscenza è il
primo passo verso il cambiamento.
L. L. Sei contento del successo di “San Damiano”?
G. S. Nessuno voleva distribuire questo film perché ritenuto “non commerciabile”, troppo crudo, e
anche forse pensavano che dei senza dimora non gliene fregasse a nessuno. Le persone che lo
avevano visto invece ci dicevano che continuavano a pensare al film settimane dopo averlo visto,
per cui abbiamo preso la decisione di distribuirlo noi contattando direttamente i cinema. Anche lì
abbiamo trovato resistenza, ma nei cinema che ci hanno creduto per primi (Cinema Troisi e
Cinema Aquila a Roma, Modernissimo e Arlecchino a Bologna, Beltrade, Anteo e Cinemino a
Milano) le proiezioni sono andate benissimo per cui piano piano è stato meno difficile convincere
le sale a proiettarlo. È stato molto bello vedere che c’è un pubblico, perlopiù giovane, interessato
a un cinema sociale, politico, e che si prende dei rischi.
