L’idea
Dopo il suo primo film, la figlia d’arte di Francis Coppola, è alle prese con la scrittura del secondo lungometraggio. È il 2001. Il primo film è andato bene ma è con i successivi che deve confermare il suo talento ma la scrittura del secondo le crea diversi problemi. Si siede a scrivere ma non esce nulla di sensato dalla sua penna: ha degli appunti di un viaggio in Giappone, soprattutto a Tokyo. Non c’è una storia, un filo che lega tutto: sono solo delle sensazioni. Guardare i neon senza sapere chi sei, la sensazione di stare in una camera d’hotel guardando fuori dalla finestra e la strana emozioni di non sapere chi sei: questi tre esempi sono esplicativi della prima sceneggiatura. Sono una settantina di pagine quasi senza trama: due persone si incontrano in una stanza d’hotel a Tokyo e passano alcuni giorni insieme. Poi se ne vanno. Il primo parere delle persone che leggono la sceneggiatura è sempre lo stesso: manca ossatura ed è piena di frasi fatte. Non c’è movimento, nessun eroe o dramma.
Il film
Il film, girato con un budget di qualche milione, vince l’Oscar nel 2004 per la Miglior Sceneggiatura Originale. È un film privo di struttura ma pieno di emozioni, è una spugna che lentamente rilascia sentimenti che ogni spettatore ha provato nella sua vita. L’idea dell’eroe o di qualcosa di avvincente fa vendere, fa superare il primo ostacolo che è quello di iniziare un film; ma poi? Forse qualcosa di più profondo, più lento, più vero, senza una trama lineare colpisce di più, lo sentiamo dentro. Andare oltre il mero marketing, forse è questo che ci insegna Lost in Traslation?
