Francesco Pietrella è un giovane regista classe 2001, laureato in Cinema alla RUFA con Erasmus a Praga alla Famu. Ha conseguito un master di un anno in virtual production alla Rainbow Academy. Per ora tutti i suoi cortometraggi sono privati e io li ho visti in anteprima. Ne ha realizzati due autobiografici, diventanti in corso d’opera biografici (“F P” su suo nonno e “C’è tempo” su suo padre) e uno di finzione (“Rami secchi”). Lo scopo di quest’intervista è precorrere i tempi.

Gli inizi

L.L. Perché hai iniziato a fare cinema?

F.P. Allora, ho iniziato a fare cinema influenzato da mio nonno, che è anche uno dei protagonisti di un corto autobiografico in cui parlo più di lui che di me, perché io mi chiamo come lui, non lui come me. Lui era un grande appassionato di fotografia, di cinema, faceva lui stesso cortometraggi. Purtroppo non ho più le pellicole dei suoi corti ma ho pellicole di video che ha fatto a mio padre, a mio zio e a mia nonna quando era giovane; però non ho effettivamente il video del suo cortometraggio. Lui mi ha sempre parlato di fotocamere, me le faceva vedere, me le faceva usare, quindi credo che sia partito da questo.

Poi in generale ho sempre desiderato far video, magari all’inizio su Youtube, anche perché era il decennio in cui Youtube ha preso il via e gli youtuber ancora non venivano pagati. Però a me piacevano e volevo imitarli, quindi ho imparato. Ho preso per la prima volta una telecamera in mano per imparare a utilizzarla, ho imparato a usare le applicazioni per montare, quindi ho iniziato con Sony Vegas e poi più in là con Premiere o con Da Vinci. Ho iniziato a giocare con la telecamera, con il montaggio e poi mi sono chiesto se avessi effettivamente voluto fare questo nella vita, quindi raccontare storie. Riprendere me stesso mentre, per esempio, giocavo, facevo un gameplay e quant’altro non mi faceva impazzire. Ho pensato di non voler essere io il centro del racconto, diciamo così. O comunque non visivamente al centro.

Quindi era meglio raccontare delle storie. E ho pensato che il cinema, o comunque la narrazione dell’audiovisivo, fosse un ottimo linguaggio dal quale iniziare.

La sua storia

L.L. I tuoi brevi documentari autobiografici sono lo specchio di ciò che hai detto.

F.P. A me piace prendere materiale “d’archivio”, in questo caso dei miei nonni. La cosa che mi piace di quei documentari è che sia dell’uno che dell’altro quelli sono video che hanno girato entrambi i miei nonni, sia dal lato di mio padre che di mia madre. La cosa che mi piace nello specifico di quei filmati che mi ha attratto, appunto, tanto da dire: “Ok, ci faccio qualcosa” è stato lo scopo per il quale erano stati filmati. Né mio nonno Francesco, né mio nonno Vittorio hanno filmato quei video con lo scopo di dire: “Ora faccio un qualcosa per il pubblico, ora faccio un qualcosa per uno spettatore” e soprattutto non hanno pensato: “Ok, sto effettivamente girando qualcosa”. Non c’era troppo pensiero dietro, c’era più la voglia di filmare un qualcosa che si ama, come per esempio i figli e i nipoti. Lo sguardo è estremamente interessante in quei video di repertorio perché si vede l’amore che sta dietro quelle riprese.

Non c’è troppa tecnica, forse dal lato di mio nonno Francesco sì, perché era anche fotografo. Lui era architetto, di passione fotografava. Mio nonno Vittorio, invece, non aveva mai preso nessuna videocamera in mano. Per farti capire, i filmati girati da mio nonno Vittorio sono quelli del documentario “F P”, che è un po’ particolare perché in realtà quello parla di mio nonno Francesco. Mio nonno Vittorio proprio non sapeva niente di videocamere, nulla relativo al registrare. Eppure, non lo so, in quella mano che trema, in quegli errori, in quegli sbagli, ci ho visto qualcosa di interessante. A me questi video piacciono un sacco perché rispecchiano il sentimento che stava dietro quella persona in quel momento.

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