L. L. “Il colloquio” è un corto di denuncia, molto contemporaneo. Ricollegandomi alla domanda precedente, pensi sia questo uno scopo del cinema? 

S. R. Io credo che il cinema sia sempre sociale, ma in modo involontario. Nel senso: quando un autore scrive un qualcosa per forza di cose è influenzato da ciò che vive nella sua società.

Quindi è ovvio che se tu scrivi un horror e cerchi di far spaventare il pubblico, anche involontariamente le paure che proietti su quel progetto sono paure tue e quelle paure che sono tue nascono dalla società in cui vivi. È ovvio che le paure che c’erano nei primi film horror, per fare un esempio, negli anni 30, non sono mai le paure che ci sono adesso, perché la società è cambiata e le paure sono cambiate. È ovvio che i fantasmi sono un archetipo di quel tipo di paura, ma il fantasma negli anni 50 spaventava per un motivo X, adesso spaventa per un motivo Y. Quindi, secondo me, il cinema è sempre rivolto alla società, ma in modo involontario, perché chi lo crea vive in quella società, sostanzialmente.

Ed è per quello che magari adesso, vedendo film vecchi, ci sembrano alienanti o ci sembrano magari attuali, volendo. Probabilmente perché la società si rifà a quella di prima e quindi vediamo una similitudine. Però non deve essere quella cosa tipo che se voglio fare una commedia d’amore, devo sentirmi il peso di dover per forza una denuncia sociale. Cioè, sta lì la differenza. Non è solo un lavoro di denuncia, la denuncia può essere volontaria. Sociale, ci sarà sicuramente. Per forza, quella cosa c’è, non puoi toglierla.

Quindi tutto il cinema, secondo me, ha quella componente lì, poi sta all’autore se vuole renderla palese o meno e se la fa in modo involontario o volontario, in quel caso diventa una denuncia sociale perché tu porti alla luce un tema che è caro come poteva essere, non so, Get Out di Jordan Peele, quello è un film di denuncia evidente. L’esorcista no, la cosa no.

Adesso c’è molto di più la tendenza, secondo me, a renderlo più palese, forse è una sorta di pressione nel dover fare una sorta di denuncia sociale per forza, sembra quasi che i prodotti che non sono così non siano abbastanza. Secondo me non è vero. Quando tu vuoi fare un prodotto, scegli tu che strada prendere. Magari in quel periodo della tua vita vuoi fare una denuncia sociale perché paghi un botto di tasse, però vedi che lo Stato non ti ridà nulla e quindi dici: “Boh, faccio una storia sul tizio che va in Parlamento e ammazza tutti”. Ok, perché hai quel background lì. Oppure magari fai una commedia romantica dove però il tipo è sempre senza soldi, sempre che paga tantissimo le tasse, ma la storia è un’altra. Poi quale sia la migliore, non lo so, per adesso.

La cosa che a me piace di più, e lo vedrai nel corto che uscirà, è dire le cose senza dirle in modo palese, cioè io sono tantissimo appassionato del cinema francese estremo, quindi tutta quella wave horror che è nata dopo le torri gemelle in Francia che di base è un horror gore normalissimo, diciamo così, molto violento, però parla, ovviamente, della paura post 11 settembre. Però non te lo dice mai. Te lo te lo fa capire, ma non te lo dice.

Quindi, la cosa che a me piace di più è farlo in questo modo qua. Il colloquio, per esempio, è già una roba molto più palese. È anche vero che noi adesso abbiamo gli strumenti, le potenzialità e anche, forse, il dovere, diciamo così, di fare una denuncia non intesa come denuncia in senso negativo, però di dire qualcosa sulla società.