Il regista di Old Boy firma un film politico e disturbante che trasforma il mercato del lavoro in una macchina di annientamento morale
C’è un momento preciso in cui No Other Choice smette di essere un racconto di crisi personale e diventa qualcosa di più inquietante: il ritratto lucido di un sistema che spinge l’individuo a disumanizzarsi per sopravvivere. Con questo nuovo film, Park Chan-wook torna a colpire nel punto più scoperto del nostro presente, firmando una delle sue opere più apertamente politiche e radicali.
Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 e distribuito in Italia da Lucky Red dal 1° gennaio, No Other Choice – Non c’è altra scelta nasce da un progetto lontano: l’adattamento del romanzo The Ax di Donald Westlake, che Park aveva annunciato già nel 2009, prima ancora di conoscere la versione cinematografica di Costa–Gavras (Cacciatore di teste). Quella che arriva oggi sullo schermo è una rilettura coreana, durissima e contemporanea, capace di dialogare con le paure collettive del nostro tempo.
La trama: un uomo qualunque davanti al baratro
Man-su è un dirigente affermato, vive nel benessere con la moglie Mi-ri, i figli e una vita apparentemente solida. Quando l’azienda per cui lavora viene rilevata, però, il suo nome finisce nella lista dei licenziati. Nessun preavviso, nessuna rete di protezione. Da quel momento iniziano tredici mesi di lavori sottopagati, umiliazioni quotidiane e un progressivo scivolamento verso la marginalità economica. È qui che prende forma un pensiero estremo: in un mercato senza alternative, per tornare a lavorare bisogna eliminare la concorrenza.
Quando il sistema divora l’uomo
Man-su, interpretato con glaciale precisione da Lee Byung-hun, non è un mostro nel senso classico del termine. Non agisce per rabbia o vendetta, ma per razionalità. È l’incarnazione perfetta della violenza sistemica interiorizzata: uccide perché il sistema gli ha insegnato che sopravvivere significa escludere, schiacciare, cancellare l’altro.
Park Chan-wook costruisce così un personaggio disturbante proprio nella sua normalità. Man-su è un uomo comune, benestante, che vede dissolversi il proprio privilegio e, nel tentativo di salvarlo, perde se stesso. Il film non racconta l’esplosione di una follia individuale, ma il collasso morale prodotto da una società che misura il valore umano esclusivamente in termini di produttività.
Un dialogo con il cinema coreano contemporaneo
I temi affrontati richiamano inevitabilmente altri titoli fondamentali del cinema sudcoreano recente, come Parasite o la serie Squid Game. Ma No Other Choice sceglie una prospettiva diversa: non guarda ai margini, bensì al centro del sistema, seguendo la caduta di chi quel sistema lo ha abitato comodamente.
La competizione feroce, il classismo, la paura della sostituzione – anche tecnologica, con lo spettro dell’intelligenza artificiale sullo sfondo – diventano elementi di una satira nerissima sul capitalismo avanzato. Qui la violenza non è spettacolo, ma procedura, un atto amministrativo coerente con le regole del gioco.
Regia, stile e ironia plumbea
Dal punto di vista stilistico, Park Chan-wook alterna rigore formale e improvvise incursioni grottesche. L’ironia, nerissima e sotterranea, impedisce al film di sprofondare completamente nel buio, ma non offre mai conforto allo spettatore. La messa in scena è controllata, fredda, quasi clinica, coerente con un racconto che parla di efficienza, ottimizzazione e cancellazione dell’empatia.
Il ritmo è calibrato, la regia evita l’enfasi e lascia che siano le azioni, più che le parole, a costruire il senso. In questo modo No Other Choice diventa una satira tragica sull’ossessione per il successo, sulla fragilità dell’identità maschile e sulla normalizzazione della violenza come linguaggio del sistema.
Un film politico senza redenzione
No Other Choice non cerca soluzioni né spiragli di speranza. È un film che osserva, seziona e mette lo spettatore di fronte a una domanda scomoda: fino a che punto siamo disposti a spingerci pur di non perdere il nostro posto nel mondo?Park Chan-wook firma un’opera lucida e implacabile, che parla direttamente al presente e conferma il regista come una delle voci più radicali e stimolanti del cinema contemporaneo.

