L. L. Bello, quando si uniscono e arti esce sempre qualcosa di splendido. Invece, un progetto a cui stai lavorando, mi dicevi, è un lungometraggio che hai presentato a diversi festival come quello di Bellaria e quello di Dorico. Si chiama “I canti di Amabilia” con Chiara Bardella. Sarebbe un documentario sulla Terra dei fuochi. Vuoi dirmi qualcosa in più, magari partendo dalle reazioni avute ai festival?

I. P. I Canti di Amabilia – da Terra dei Fuochi a Terre dei Fuochi è il mio primo lungometraggio da regista. Si tratta di un documentario di creazione che sto scrivendo con Chiara Bardella e che stiamo sviluppando con Caucaso.

Il film nasce da motivazioni insieme personali e politiche.  Io sono cresciuta ad Aversa, in piena terra dei fuochi. Un territorio devastato da decenni di sfruttamento ed erosione delle risorse, speculazione edilizia, incuria politica, produzione industriale e smaltimento illecito di rifiuti tossici. Il ricordo più vivido che ho è la puzza che mi accompagnava ogni mattina lungo la strada per andare alle elementari. Era una discarica a cielo aperto, ma era casa mia. Amabilia è il nome che abbiamo voluto dare a questa terra, e più in generale a un’Italia martoriata: una madre ancestrale che, gravida di lutti, canta per tutti i suoi figli, vivi e morti. Per questo il film è pensato come un requiem corale, una liturgia funebre per una terra avvelenata ma ancora viva.

Al centro c’è una figura mascherata che abbiamo chiamato il Contaminatore. Non è un individuo, è un principio: la somma di tutte le azioni che, per ignoranza o connivenza, hanno reso la terra tossica. Ombra collettiva di un paese che inquina per sopravvivere, contaminante e a sua volta contaminato. Vittima e carnefice, è il ritratto di un sistema malato — monopolio economico, alleanza criminale, complicità istituzionale — e di quello che ha prodotto. Indossa una maschera di canapa, realizzata dallo scultore napoletano Luca Arcamone, e compie un viaggio dalla Campania settentrionale (Aversa, Giugliano, Caivano, Castel Volturno, Casal di Principe) fino al Nord Italia. Lungo la strada incontra le sentinelle della terra, testimoni reali delle lotte civili e ambientali a partire dalla fine degli anni ’70 fino ad arrivare ai giorni nostri, come Raffaele Del Giudice, Pasquale Corvino, Fortunato Allegro, Vincenzo Tosti e altri.

Il cuore del film sta nel passaggio dal locale al nazionale. Quello che chiamiamo Terra dei Fuochi è il risultato di un intreccio tra Stato, industria ed eco-criminalità, tanto al Sud quanto al Nord. È vero, i rifiuti venivano e vengono tutt’ora in gran parte dalle industrie del Nord. Ed è vero anche che al Sud la contaminazione è esplicita: roghi, cave, discariche. Il Nord, al contrario, sussurra, sotto un paesaggio ordinato ed efficiente, eppure sotto la superficie si stratifica la stessa logica di accumulo e rimozione. La ferita , eppure sotto la superficie si stratifica la stessa logica di accumulo e rimozione. La frattura ambientale non conosce confini geografici: segue le traiettorie del profitto.
È lo stesso movimento che ho compiuto nella vita, e così tanti altri prima e dopo di me. Mi sono spostata dal Sud, accolta prima da Bologna e ora da Torino, spinta dalla ricerca di un altrove meno nocivo e da una fascinazione verso un benessere che, a casa mia, non ho mai avuto la percezione di toccare veramente. Quello che ho trovato, nel Nord Italia che si racconta diverso, è la stessa ferita — solo più celata, più silenziosa. Per questo dico che non è un film sulla Campania, ma sull’Italia: da Terra dei Fuochi, a Terre dei Fuochi, per l’appunto. E questo lo conferma la sentenza del 30 gennaio 2025 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che condanna l’Italia per aver violato il diritto alla vita e per non aver protetto gli abitanti dalla pratica dello sversamento, interramento e combustione illegale di rifiuti tossici.

Quanto ai festival, abbiamo presentato il progetto in fase di sviluppo, nelle sessioni di pitch di Docs4Real al Bellaria Film Festival e al Biografilm Festival 2026, e di Shorts for My Future al Dorico Film Festival 2025. È stata la prima volta che portavamo il progetto su un palco davanti a delle produzioni e ad un pubblico di professioniste e professionisti del settore, e le reazioni sono state decisamente costruttive. Abbiamo lavorato con mentori che ci hanno seguite da vicino e che ci hanno dato indicazioni preziose sulla scrittura e sui possibili percorsi produttivi per un film come questo, che è ibrido e corale. Ne siamo uscite con più chiarezza sul tipo di film che vogliamo fare. E soprattutto, abbiamo capito l’importanza e l’urgenza di portare avanti questo progetto.

Oggi siamo in fase di scrittura avanzata e in ricerca fondi. Abbiamo già una rete estesa su cui possiamo contare: associazioni e istituzioni, testimoni coinvolti, referenti socio-politici, medico-sanitari, ambientali, collaboratori artistici. Puntiamo a far crescere questa rete sempre di più, non solo in Campania, ma anche nelle altre regioni del Nord dove abbiamo intenzione di girare. Il desiderio di realizzare questo film è forte: non è solo fare un film, ma è per me lo slancio della vita contro la cultura della morte. Quello che è successo, e che continua a succedere, è un vero e proprio biocidio, senza mezzi termini. Chiaro, un intero sistema di valori e un’intera cultura non si cancellano con un film – e non è neanche nostra intenzione farlo –, ma noi crediamo fermamente che il cambiamento possa esserci, e il cinema è la pratica che abbiamo scelto per attivarlo.
Per Amabilia, per i nostri cari, avvelenati da decenni di devastazione ambientale.

Fotografia in copertina di Roberto Cerè, al Passo della Croce Arcana, dal set di “Paura dell’Alba”