L. L. Mi dicevi che l’avevi presentato anche in Marocco questo corto. Riprendendo la prospettiva credo sia una scelta giusta, anche solo per mettere al corrente le persone del lato negativo dell’emigrazione che è quello della solitudine, andando oltre il fattore economico.
I. P. Ti ringrazio. Wallah ha avuto il suo esordio al Festival Visioni Italiane della Cineteca di Bologna, successivamente è stato selezionato al FIDEC a Tétouan, in Marocco, e in altri festival internazionali, tra cui il FESCAAAL di Milano, Cinevasioni, Tendermesh Festival (Berlino), Cinétoile (Tunisiae) e WCFF (Los Angeles). A Tétotuan è stata un’esperienza importante. Ero l’unica italiana in un gruppo di cineasti internazionali, ma principalmente i corti selezionati erano marocchini. Questo mi ha permesso di scoprire prospettive e modi di fare cinema differenti, in base alla cultura di provenienza. C’è stato un dialogo che si è attivato, dopo la visione di Wallah. Abbiamo parlato della solitudine, di che cosa significa partire ed essere consapevoli di ciò che si lascia, ma non di ciò che si troverà. Con Alaeddine ci eravamo molto trovati su questo. Io vengo da Aversa, vicino Napoli, e sono andata via a diciotto anni per studiare Antropologia a Bologna e poi, mentre studiavo a Bologna, sono partita per un anno per la Francia. Con Alaeddine eravamo coscienti del fatto che entrambi venissimo da contesti non proprio agevoli a livello di benessere. Lui dal Marocco, io dalla Campania. Cercavamo qualcosa di più. Un nutrimento maggiore, per le nostre menti e per i nostri corpi. Presto però abbiamo capito che oltre questo fantomatico benessere c’è altro. Ci sono i bisogni, ci sono gli affetti. Quando parti, spesso sei solo. Chiaramente, dipende da dove vai, ma in una metropoli come Parigi, sei solo. E allora ti ritrovi, come nel caso di Alaeddine, in una residenza studentesca a tentare di creare, con i pochi amici che hai nel nuovo mondo – rispetto ai tanti che hai lasciato a casa – una nuova appartenenza. Oppure, come nel mio caso, in uno studio di 16 m2 ad immaginare e riplasmare le mie origini. In ogni caso, per entrambi l’esperienza in Francia – e il fatto di documentarla attraverso un film – è stata una reinvenzione della tradizione (intesa in questo caso come il corredo culturale e sociale che ci era appartenuto fino a quel momento), ed è questo il fulcro – io credo – del film. Ci sono dei punti saldi delle nostre esistenze che ci appartengono e che con difficoltà riusciamo a lasciare andare; portarle con noi e adattarle al nuovo contesto di appartenenza dimostra quanto le identità non siano mai fisse.
L. L. Volevo farti i complimenti per la fotografia, da fotografo amatoriale, e per il discorso finale, in italiano, molto meditativo, in quanto scrittore.
I. P. Ti ringrazio. Hai toccato due dei punti che più mi stanno a cuore del film, e più in generale del fare cinema, e su cui mi piacerebbe lavorare sempre meglio: la fotografia e la scrittura. Io sono partita dalla fotografia. In casa avevamo una piccola macchinetta digitale e ho iniziato con quella. Mi piaceva molto scattare ritratti alla mia famiglia, raccontare piccoli gesti quotidiani, oppure i nostri viaggi. Poi negli anni ho acquisito più consapevolezza e ho iniziato a scattare soggetti differenti, soprattutto paesaggi e architetture, e su supporti diversi, macchine più complesse e formati variegati, come l’analogico. L’immagine in movimento è arrivata dopo, negli anni del liceo. Così come la fotografia, anche la scrittura ha sempre fatto parte della mia quotidianità. Leggevo – leggo tutt’oggi – tanto, e scrivevo tanto. Da piccola volevo fare la romanziera. Poi ho esplorato il mondo dei testi poetici, degli aforismi, delle frasi brevi. Mi sento libera con l’improvvisazione. I miei testi più ispirati avvengono per flusso di coscienza. In Wallah ci sono inserti poetici a più riprese, tra cui quelli di un caro amico e poeta, Stéphane Lambion, che ha sostenuto questo mio esordio attraverso dei “cartelli Godardiani” che danno struttura al film. Il testo finale a cui fai riferimento credo sia il primo momento in cui mi pongo al di fuori dell’opera. Se fino a quel momento c’era un dialogo costante, tra me, Alaeddine e il mondo intorno a noi, quella voce fuori campo riflette un po’ la lettura a posteriori – se vogliamo di carattere più antropologico – di quello che avevamo vissuto. Infatti l’ho scritto dopo che le riprese erano state realizzate, quando ero tornata in Italia. Wallah – e più in generale il cinema – mi ha dato la possibilità di esplorare attraverso uno speciale catalizzatore le variegate forme d’arte che pratico quotidianamente e a cui mi sento di appartenere: la fotografia, la poesia, ma anche la musica, il teatro, la letteratura. Spesso, come è accaduto anche con Wallah, mi sono ritrovata a maneggiare concretamente le diverse parti che costituiscono la realizzazione di un film. Ho più volte gestito io il suono in presa diretta, nonostante non sia una fonica di professione, oppure girato delle inquadrature, anche se non faccio l’operatrice di ripresa di professione. Per questo motivo, più che definirmi regista preferisco definirmi un’artigiana “cineasta”. Non mi sono mai vista a dirigere in silenzio dietro uno schermo, ma piuttosto a realizzare attivamente ciò che prima o poi verrà mostrato su quello schermo.
Fotografia in copertina di Roberto Cerè, al Passo della Croce Arcana, dal set di “Paura dell’Alba”
