L. L. Perché la scelta di questo silenzio? O meglio di non parola, perché poi ci sono dei suoni in sottofondo.
I. P. Il silenzio sui crinali è stata una scelta registica di Enrico, che noi della troupe abbiamo accolto e compreso. Ma vorrei tornare un attimo alla domanda di prima, cioè quanto un’aiuto regia possa sentirsi parte dell’opera, se solo sul piano tecnico o anche su quello artistico. In questo caso credo che le due dimensioni si siano fuse, perché lavorare con Caucaso ti permette di essere al tempo stesso molto libera e creativa, e rigorosa sul piano tecnico.
Si dice spesso che quello dell’aiuto regia sia un ruolo soprattutto produttivo. Non sono d’accordo: dipende da con chi lavori, e soprattutto dal rapporto che costruisci con la regia. Quando la regia ti ascolta e accoglie le tue idee, il rapporto non è più solo logistico e organizzativo, ma diventa complicità e coesione. Questo è quello che è accaduto con Paura dell’Alba, e alla fine ciò che resta è un’opera collettiva.
Tornando al suono: abbiamo scelto di ridurre la parola nel film, perché non c’è parola che tenga davanti alla guerra. Come si comunica quella tensione così forte che si prova, talvolta, verso sì la morte, ma anche verso la vita? Abbiamo preferito lasciare che la sofferenza parlasse attraverso i corpi, cercando di mettere in scena proprio quella tensione.
L. L. Ho pensato che ciò che accomuna quel corto con il tuo primo corto da regista, “Wallah”, sia la parola prospettiva, un taglio tanto differente dalla comune visione quanto vero.
I. P. È bello quando si riesce ad instillare nell’altro un certo tipo di visione, un cambio di prospettiva. Wallah è un documentario che ho girato in Francia, ad Épinay-sur-Seine, nella banlieue a nord di Parigi, quando studiavo lì. Ero alle prime armi: letteralmente eravamo io, la camera da presa e Alaeddine, il protagonista. Wallah, come Paura dell’Alba, lo considero un film molto collettivo, molto condiviso.
Tutto è iniziato con Alaeddine, con cui si parlava e si viveva molto. Volevamo raccontare il suo Ramadan lontano da casa, e volevamo farlo insieme. Alla fine è quello che ne è uscito fuori è un diario intimo e condiviso tra me, lui e l’identità: quella francese, quella marocchina, quella mediterranea, che accomuna anche la Campania da cui provengo.
Tornata in Italia, ci ho messo un anno prima di decidere di montarlo. Un po’ per il timore di rimettere mano a certe situazioni: l’esperienza in Francia comunque non era stata tutta rose e fiori. Un po’ anche perché non mi sentivo pronta a mostrare qualcosa di mio. Incontrare il collettivo Caucaso sicuramente mi ha dato quella spinta che mi serviva ad uscire fuori dal guscio, ad avere una diversa prospettiva, anche alla luce di quello che si stava facendo con Paura dell’Alba.
Fotografia in copertina di Roberto Cerè, al Passo della Croce Arcana, dal set di “Paura dell’Alba”
