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Un hotel isolato, una stanza nuziale sbarrata e un lutto che torna a chiedere il conto: con Hokum, Damian McCarthy porta al cinema un incubo irlandese dove il soprannaturale sembra solo la faccia più visibile del dolore.

L’horror contemporaneo continua a trovare nel folklore, nei luoghi remoti e nelle ferite familiari alcuni dei suoi territori più fertili. Hokum, nuovo film di Damian McCarthy con Adam Scott, arriva nelle sale italiane dal 5 agosto 2026, distribuito da Lucky Red, dopo due anteprime stampa in programma a Roma e Milano. Il film sarà proiettato in versione originale con sottotitoli in italiano mercoledì 15 luglio al Cinema Quattro Fontane di Roma e giovedì 16 luglio al Palazzo del Cinema Anteo di Milano.

Il progetto segna un nuovo passaggio nel percorso di McCarthy, regista irlandese che si è imposto all’attenzione degli appassionati di genere grazie a opere come Caveat e Oddity: film capaci di costruire paura senza puntare soltanto sul rumore o sulla sorpresa, ma lavorando sugli spazi, sugli oggetti e su una sensazione costante di minaccia. In Hokum, il cineasta sembra ampliare quella stessa grammatica, affidandola a un protagonista popolare come Adam Scott e a un contesto dall’immaginario fortemente gotico.

La trama di Hokum

Ohm Bauman, scrittore interpretato da Adam Scott, raggiunge un albergo sperduto nel cuore dell’Irlanda per spargere le ceneri dei genitori, che proprio lì avevano trascorso la luna di miele. Il soggiorno, nato come un rito di commiato, prende una piega inquietante quando l’uomo scopre che al piano superiore esiste una stanza nuziale chiusa da anni. Tra personale evasivo, leggende locali e presenze oscure, Ohm dovrà affrontare segreti legati all’hotel e al proprio passato.

Un hotel che diventa una prigione mentale

Il punto di partenza di Hokum è quello di una ghost story classica: un viaggiatore solo, un edificio remoto e una porta che nessuno vuole aprire. Ma la frase scelta per la campagna del film, «Non è la strega il vero pericolo, ma ciò che risveglia», chiarisce fin dall’inizio l’intenzione del racconto. La creatura soprannaturale non dovrebbe essere soltanto un antagonista, bensì il detonatore di un trauma rimosso.

L’albergo irlandese assume allora il valore di un luogo psichico, una casa della memoria in cui ogni corridoio può trasformarsi in un ritorno del passato. La stanza nuziale sigillata non è soltanto un elemento narrativo utile a generare suspense: è l’immagine concreta di ciò che viene nascosto, represso, lasciato marcire nell’ombra. McCarthy sembra usare il genere horror per raccontare l’impossibilità di archiviare davvero il lutto e le colpe che una persona porta con sé.

È un’impostazione che richiama il cinema gotico europeo, dove gli edifici non sono mai semplici scenografie ma corpi vivi, depositi di colpa e desiderio. Il riferimento più immediato resta Shining di Stanley Kubrick per l’idea di un hotel isolato che riflette e amplifica la fragilità del suo ospite. Tuttavia, Hokum promette di spostare il baricentro dal labirinto americano al folklore irlandese, facendo entrare nella storia il peso delle leggende locali, delle superstizioni e di una natura apparentemente ostile.

Adam Scott contro la sua immagine più nota

La scelta di Adam Scott è uno degli elementi più interessanti del film. L’attore è noto al grande pubblico per ruoli spesso legati alla commedia, al sarcasmo e a una vulnerabilità quotidiana, ma qui veste i panni di un uomo che arriva in Irlanda già segnato da una sofferenza non elaborata. Ohm Bauman non parte come un eroe tradizionale: è uno scrittore costretto a confrontarsi con una perdita, con un luogo che non gli appartiene e con una verità che probabilmente ha cercato di ignorare per anni.

Il suo personaggio dovrebbe funzionare come filtro dello spettatore. Chi guarda entra nell’albergo insieme a lui, condivide i dubbi sulla condotta del personale e osserva la progressiva trasformazione di un viaggio privato in una discesa nell’ignoto. È una struttura narrativa che permette all’horror di lavorare sulla percezione: ciò che accade è reale, frutto della suggestione oppure il prodotto di una mente già incrinata dal dolore?

La presenza di Scott può inoltre creare un contrasto efficace tra il volto riconoscibile dell’attore e l’atmosfera cupa del racconto. Il cinema dell’orrore spesso utilizza interpreti associati a registri più leggeri proprio per destabilizzare le aspettative: la familiarità iniziale diventa una trappola, mentre il pubblico è chiamato a vedere l’attore sotto una luce completamente diversa.

Damian McCarthy e il valore dell’attesa

Nel cinema di Damian McCarthy la paura non nasce soltanto dall’apparizione, ma dalla preparazione dell’apparizione. I suoi racconti tendono a costruire un ambiente saturo, in cui un rumore, un oggetto o una figura intravista in fondo all’inquadratura assumono un peso crescente. Hokum sembra proseguire su questa strada, scegliendo un hotel come spazio ideale per una suspense fatta di stanze chiuse, scale, corridoi e presenze che restano fuori campo.

La durata di un’ora e 47 minuti suggerisce un formato compatto, potenzialmente adatto a mantenere alta la tensione senza disperdere il nucleo narrativo. La sfida per il film sarà trovare un equilibrio tra il mistero, il dramma personale di Ohm e la dimensione più apertamente soprannaturale. Il rischio del folk horror contemporaneo è quello di accumulare simboli e presagi senza dare loro un reale peso emotivo; il punto di forza di McCarthy, invece, è spesso la capacità di rendere ogni elemento materiale e minaccioso.

Anche il rapporto con il pubblico potrebbe essere decisivo. Hokum non sembra voler inseguire soltanto il meccanismo del salto sulla poltrona, ma punta a un’inquietudine più persistente, quella che rimane dopo la visione perché tocca paure riconoscibili: la perdita dei genitori, l’eredità familiare, la vergogna, il rimorso e la necessità di guardare ciò che si è cercato di tenere chiuso.

Il folk horror irlandese tra mito e trauma

L’ambientazione irlandese non appare un semplice sfondo pittoresco. Nella tradizione del folk horror, il paesaggio è spesso una forza narrativa: la campagna, il bosco, i villaggi isolati e le credenze popolari diventano strumenti per mettere in crisi chi arriva da fuori. In questo senso, Ohm Bauman è un protagonista perfetto: uno straniero che entra in un mondo governato da regole non scritte e scopre progressivamente di non poterle controllare.

Il film può essere accostato anche a opere come The Wicker Man, per l’uso di una comunità e di un immaginario locale come fonti di disorientamento, e a The Woman in Black per l’idea di un lutto che assume una forma spettrale. Ma il possibile elemento più personale di Hokum sta nel legame tra l’orrore esterno e quello interiore: la strega, la stanza e l’hotel contano nella misura in cui costringono il protagonista a dare un nome a ciò che lo tormenta.

Questa è una delle ragioni per cui il film potrebbe distinguersi nel panorama degli horror estivi. L’ambientazione chiusa e il mistero paranormale offrono l’immediatezza del genere, mentre il tema del trauma permette di cercare un significato più profondo. McCarthy sembra muoversi in una zona dove la paura non serve a cancellare il dolore, ma a renderlo finalmente visibile.

Quando esce Hokum al cinema

Hokum uscirà nei cinema italiani il 5 agosto 2026. Prima dell’arrivo in sala, il film sarà presentato alla stampa in due appuntamenti: mercoledì 15 luglio alle ore 20.30 al Cinema Quattro Fontane di Roma e giovedì 16 luglio alle ore 20.00 al Palazzo del Cinema Anteo di Milano.

Per gli spettatori italiani, l’uscita rappresenta un appuntamento interessante soprattutto per chi segue l’evoluzione del cinema horror d’autore e del folk horror contemporaneo. Con Adam Scott in un ruolo lontano dalle sue coordinate più note e Damian McCarthy dietro la macchina da presa, Hokum si presenta come un viaggio nell’orrore che usa l’elemento soprannaturale per interrogare ciò che resta nascosto nella memoria.