Un’opera ibrida nata durante la pandemia che reinterpreta il classico con uno sguardo contemporaneo

Milano si prepara ad accogliere una rilettura intensa e contemporanea di uno dei testi più complessi di William Shakespeare. Dal 24 al 29 aprile, allo Spazio Tertulliano, arriva “La Tempesta”, il film firmato da Giuseppe Scordioinsieme ad Attilio Tamburini, prodotto da iBeHuman e dallo stesso spazio teatrale milanese.

Un progetto che nasce in un momento storico particolare e che sceglie di muoversi su un terreno ibrido, sospeso tra linguaggio cinematografico e teatrale. Al centro, la storia di Prospero, duca di Milano esiliato su un’isola, che attraverso la magia tenta di ristabilire giustizia, affrontando tradimenti, desideri e fragilità umane.

Ma questa “Tempesta” non è soltanto una trasposizione: è una riflessione profonda sul presente, segnata dall’esperienza della pandemia e dalla necessità di reinventare il modo di fare arte.

Un film nato nel momento più fragile per il teatro

«Se avessi dovuto lasciare il teatro, volevo lasciare qualcosa»

L’origine del progetto affonda le radici proprio nel periodo immediatamente precedente alla pandemia, quando il mondo dello spettacolo si è trovato improvvisamente paralizzato.

«L’idea è nata un attimo prima dell’arrivo della pandemia», racconta Scordio. «Avevo una bambina piccola e stavo leggendo “La Tempesta”. Mi aveva colpito molto il fatto che fosse considerata l’ultima opera di Shakespeare».

Poi l’impatto con la realtà: la chiusura dei teatri e il timore di un futuro incerto. «All’inizio c’era un’incapacità di comprendere cosa stesse succedendo. Ma poi ho pensato che, così come Shakespeare forse abbandona il teatro, anche noi rischiavamo di doverlo fare».

Da qui nasce l’intuizione: trasformare il teatro in cinema. «Mi è venuto in mente di filmare “La Tempesta”, partendo dal palcoscenico e poi spostandomi in un luogo reale. Se avessi dovuto lasciare le scene, almeno volevo farlo lasciando qualcosa alle persone».

La pandemia come chiave di lettura dell’opera

«La magia più semplice per raccontare una crisi globale»

Il film prende forma proprio durante l’isolamento, trasformando una difficoltà concreta in un linguaggio artistico.

«Psicologicamente sarebbe stato difficile abbandonare il teatro», spiega Scordio. «Non avrei saputo come reinventarmi. Così ho deciso di lavorare con un giovane regista che stava già sperimentando con lo streaming».

La scelta stilistica è chiara: eliminare artifici e puntare su una dimensione essenziale. «Ho cercato di usare la magia in maniera molto semplice: un tuono, un lampo. Nessun trucco. La scenografia è naturale».

Una scelta che diventa metafora: il teatro stesso, ridotto all’essenziale, ma ancora vivo. «Immaginavo uno spettacolo creato sull’isola, dove la natura diventasse scena e potesse prendere vita».

Ischia come spazio narrativo e simbolico

«Un’isola per scavare nelle passioni umane»

Il set del film si sposta a Ischia, trasformata in un luogo sospeso, quasi metafisico.

«Mi interessava lavorare sulla psicologia dei personaggi», racconta il regista. «Le passioni: la gioia, la tristezza, il tradimento, il perdono, l’amore».

Un lavoro che punta a entrare nelle profondità dell’animo umano, senza concessioni. «Volevo scavare nelle viscere delle emozioni. I personaggi, però, spesso non cambiano: Antonio e Sebastiano restano traditori, pronti a riprendersi il potere».

In questa dimensione, l’isola non è solo un’ambientazione, ma diventa un vero personaggio, uno spazio dove natura e narrazione si fondono.

Il ruolo dello Spazio Tertulliano nella Milano culturale

«I piccoli teatri sono fondamentali per far emergere nuovi talenti»

Oltre al film, c’è anche una riflessione più ampia sul sistema culturale milanese, che vede nello Spazio Tertulliano un presidio importante.

«Sono 16 anni che esiste», sottolinea Scordio. «I piccoli teatri hanno un ruolo fondamentale: permettono di rischiare, di far emergere giovani attori e compagnie».

Uno spazio di sperimentazione, ma anche di equilibrio fragile. «Dopo la pandemia tutto è cambiato. Le piccole strutture hanno sofferto molto, con meno risorse rispetto alle grandi».

Questo ha portato a una necessità di adattamento. «Abbiamo dovuto mettere da parte, in parte, l’arte pura per confrontarci con una gestione più attenta. A volte si è costretti a scegliere spettacoli che garantiscano pubblico, sacrificando progetti più sperimentali».

Nonostante questo, la missione resta chiara: continuare a essere un laboratorio creativo per la città.

Milano e il pubblico: tra curiosità e scoperta

«Uno Shakespeare diverso, che può avvicinare anche i giovani»

La scelta di partire da Milano non è casuale. È qui che il progetto incontra il suo primo pubblico, con aspettative misurate ma consapevoli del valore dell’operazione.

«Non ho grandissime aspettative nell’immediato», ammette Scordio. «Ma sono convinto che, nel tempo, il film possa essere apprezzato».

La particolarità sta proprio nel linguaggio. «È uno Shakespeare come non è mai stato fatto al cinema, in una versione ibrida ma fedele al testo».

Un lavoro di sintesi importante: «Abbiamo ridotto il testo a un’ora e mezza, altrimenti sarebbe durato oltre tre ore».

L’obiettivo, però, va oltre il pubblico tradizionale. «Mi piacerebbe arrivasse anche nelle scuole, ai giovani. Può essere un modo per avvicinare al cinema d’autore e a Shakespeare».

Un ponte tra linguaggi e generazioni, che parte da Milano e prova a costruire un dialogo nuovo tra teatro, cinema e contemporaneità.