Ida Pellegrino è una cineasta nata nel 1998. Dopo la laurea triennale in Antropologia e la laurea magistrale in Cooperazione Internazionale all’Università di Bologna, con un anno di studi all’Université Paris Cité, si specializza in cinema documentario all’ACERMA di Parigi e si forma in montaggio cinematografico all’ECIPAR di Bologna. Collabora stabilmente con Caucaso, realtà attiva da oltre vent’anni nel cinema d’autore e nel documentario di ricerca, nel reparto regia e montaggio.
L. L. Perché fai cinema? Cosa significa per te?
I. P. Ho sempre visto il cinema, e poi vissuto, come un atto collettivo. Partiamo da questo.
Per me fare cinema è un modo di restituire al reale ciò che chiamiamo ispirazione, o una particolare intuizione, o a volte anche sogno. Dall’incontro tra l’inventiva personale e il contesto concreto a cui apparteniamo, nasce il cinema. E prende poco a poco la sua forma attraverso tutte le anime che incontriamo lungo il percorso. Quando dico anime mi riferisco soprattutto alle forze invisibili che abitano la terra che attraversiamo: i flussi energetici, i campi di risonanza, la materia organica e inorganica.
E poi, naturalmente, ci sono le persone, che entrano nel processo di creazione. Fare un film non significa soltanto avere un’idea, scrivere, trovare i fondi e organizzarsi tecnicamente per girare. È prima di tutto una ricerca, che spesso dura anni, fatta di incontri e di sensibilità che poi danno all’opera un senso compiuto. Non è una cosa che si fa da soli. O meglio, si può anche scegliere di farlo, ma io ho sempre preferito la dimensione collettiva.
Fare cinema, per me, nasce quindi da questo atto d’amore condiviso: dal bisogno di portare fuori una necessità interiore, oserei dire un ideale, che non è solo mio, ma che appartiene a molti di noi.
E qual è questo ideale? Mi interessa raccontare il reale, e soprattutto riuscire a farlo in modo da tale da restituirne le sfumature e le contraddizioni. Credo venga anche dalla mia formazione in antropologia. Mi ha insegnato ad osservare le persone, i territori – e le strutture che ne sono alla base –, senza il metro del giudizio, ma provando a stare dentro le loro complessità.
Fotografia in copertina di Roberto Cerè, al Passo della Croce Arcana, dal set di “Paura dell’Alba”
